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Le varianti d'autore nella tradizione cinquecentesca: le Prose di Bembo

[...] venendomi, non ha guari, vedute alcune carte scritte di mano medesima del poeta, nelle quali erano alquante sue rime [....], io lessi tra gli altri questi due versi primieramente scritti a questo modo:
Voi, ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospir, de' quai nutriva il core.
Poi come quegli che dovette pensare, che il dire De' quai nutriva il core non era ben pieno, ma vi mancava la sua persona, oltra che la vicinanza di quell'altra voce, Di quei, toglieva a questa, De' quai, grazia, mutò e fecene Di ch'io nutriva il core. Ultimamente sovenutogli di quella voce, Onde, essendo ella voce più rotonda e più sonora per le due consonanti che vi sono, e più piena; aggiuntovi che il dire Sospiri, più compiuta voce è, e più dolce, che Sospir; così volle dire più tosto, come si legge, che a quel modo [...].

Questo celebre passo del secondo libro delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo può essere legittimamente assunto a emblema della fortuna delle varianti petrarchesche nel secolo XVI. Assente dalle carte del poeta possedute da Bembo, l'abbozzo autografo del primo sonetto del Canzoniere fu inizialmente creduto disperso o volontariamente sottratto dal materiale petrarchesco venduto a Fulvio Orsini da Torquato Bembo, figlio ed erede del cardinale. In seguito, molti dubbi sono stati espressi sulla genuinità di queste varianti; c'è stato addirittura chi le ha credute un falso dello stesso Bembo (Quarta 1938, pp. 27-28), finché la testimonianza di un postillato della Biblioteca Queriniana di Brescia (scoperto da Martinelli 1977, pp. 26-27) ha dimostrato definitivamente l'autenticità del conciero. Nel 1525, data della pubblicazione delle Prose, gli autografi petrarcheschi erano riemersi già da alcuni anni dall'oblio in cui erano caduti durante buona parte del Quattrocento. Dai torchi padovani di Bartolomeo di Valdezocco e di Martino di Siebeneichen era uscita nel 1472 un'edizione del Canzoniere (IGI 7519) che vantava nella sottoscrizione una discendenza diretta dall'originale petrarchesco, cioè dall'attuale codice Vaticano latino 3195. Quasi trent'anni dopo lo stesso manoscritto era servito al Bembo per preparare l'edizione del Canzoniere e dei Triumphi, pubblicata a Venezia da Aldo Manuzio nel 1501. Dopo quella data il manoscritto petrarchesco sarebbe stato a lungo ricercato da Bembo, che riuscì ad acquistarlo per la sua biblioteca solo nel 1544. Qualche anno dopo l'uscita delle Prose, però, nel 1528, Bembo risultava già il fortunato possessore delle carte di abbozzi petrarcheschi che costituiscono l'attuale manoscritto Vaticano latino 3196. La felice circostanza che vide il massimo precettore cinquecentesco della lingua italiana in possesso dei principali autografi petrarcheschi fece sì che intorno a lui si raccogliesse un gruppo di studiosi, alcuni dei quali noti, altri rimasti senza nome, interessati al travaglio correttorio a monte dei Rerum vulgarium fragmenta e dei Triumphi. Considerando le carte messe a loro disposizione da Bembo come "una specola privilegiata da cui osservare la poesia petrarchesca nel momento del suo stesso farsi", questi studiosi utilizzarono le minute del poeta "alla stregua di un prezioso repertorio da cui attingere postille e varianti d'autore, ora a scopo dichiaratamente didascalico, elevando per così dire il 'retrobottega' di Petrarca a scuola per i suoi allievi del Cinquecento, ora a scopo storico-documentario, per illustrare elegantemente in margine al prodotto finito le fasi di elaborazione della poesia petrarchesca" (Paolino 1999, p. 89). Se del primo tipo di fruizione offrono esempi egregi l'apparato di varianti d'autore anteposto da Bernardino Daniello al suo commento dei Rerum vulgarium fragmenta e dei Triumphi uscito nel 1549 e l'appendice di lezioni petrarchesche prodotta da Ludovico Beccadelli in calce alla sua seconda redazione della Vita del poeta toscano, l'altra utilizzazione delle varianti e delle postille petrarchesche è esemplificata da alcuni manoscritti e da alcune stampe del Canzoniere e dei Trionfi, accuratamente collazionati con gli autografi del poeta: è questo il caso dei codici Casanatense 924 (C) , Parmense 1636 (P) , Laurenziano 41, 14 (L), Harleian 3264 (H) e dell'incunabolo IB 25926 (I) della British Library di Londra. Non tutto il materiale raccolto in questi codici era però di provenienza bembina. Se lo stesso conciero di Voi ch'ascoltate, commentato da Bembo nelle Prose, non è stato ritrovato tra gli autografi petrarcheschi posseduti dal prelato, sorte non diversa hanno avuto altre varianti, come per esempio quelle di RVF 36, 14 (E di tornar a me non se ricorda), 123, 3 (Con tanta humanitate vel Con tanto dolce affetto, al cor s'offerse), 265, 1, registrate dagli studiosi dell'entourage bembino (per l'esattezza, la prima da Beccadelli, la seconda da Daniello, le altre da C, P, H, I e dallo stesso Beccadelli). Non va dimenticato, però, che Bembo fu solo uno dei possessori di concieri petrarcheschi ancora in circolazione nel Cinquecento. La Vita di Beccadelli permette di censirne almeno un altro, e cioè il prelato Baldassarre Turini da Pescia, nelle cui mani erano finite soprattutto le carte dei Trionfi. Altro materiale petrarchesco dovette giungere (o magari soltanto passare) sui tavoli di un altro grande letterato veneto del Cinquecento, Trifon Gabriele. Autore di chiose petrarchesche di tradizione orale, raccolte da Antonio Brocardo sui margini di un incunabolo della Biblioteca Vaticana (Stampe Rossiane 710), Trifone riunì intorno a sé un cenacolo, attraverso il quale, forse, ebbe occasione di passare Antonio Isidoro Mezzabarba. In questo ambiente, probabilmente, il Mezzabarba trovò il materiale autografo di Petrarca che nel 1509 trascrisse nel suo codice Marciano italiano IX 191 (= 6754). Questo materiale era costituito essenzialmente da alcune rime estravaganti, da alcuni frammenti poetici e dall'abbozzo dell'unica epistola in volgare scritta da Petrarca, la letterina a Leonardo Beccanugi.