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Il Discorso di Ludovico Beccadelli

Figura eminente degli studi volgari nel Cinquecento, legato sia a Pietro Bembo, sia a Trifon Gabriele da rapporti di amicizia, Ludovico Beccadelli, prelato bolognese e dal 1555 al ’64 arcivescovo di Ragusa in Dalmazia, ha iscritto il suo nome nell’albo degli studi petrarcheschi, non in virtù di quel commento “di finissimo velluto, anzi di finissimo oro”, che il circolo veneto si attendeva da lui per scalzare il successo editoriale della chiosa di Vellutello, bensì grazie a una accurata biografia del poeta toscano, da lui composta in due successive redazioni nel 1559 e nel 1563-64. Nella seconda stesura (pubblicata da Frasso 1983 secondo il ms. Marciano lat. XIV 79 [=4331]), tenendo fede a una promessa formulata nella prima versione dell’opera, Beccadelli aggiunse un’appendice o, per dirla con le sue parole, un “discorso a parte”, nel quale registrava le “correzioni” apportate da Petrarca ad alcuni suoi testi. Lo studioso “rivolgendosi a un pubblico che indoviniamo già petrarchista, definiva la silloge di queste varianti cose tutte che vi faranno la strada e apriranno il giudizio come vi avrete a governare nelle composizioni che belle già fate a sua [di Petrarca] imitazione” (Paolino 1999, p. 90). L’intento didascalico a monte del lavoro di Beccadelli avvicina la sua opera al commento petrarchesco di Bernardino Daniello. Questi, nel proemio scritto per l’edizione del 1541, aveva auspicato che la sua registrazione delle varianti d’autore potesse servire agli studiosi del poeta a discernere l’acutezza dell’ingegno poetico petrarchesco e a trarne profitto per le loro stesse composizioni. L’importanza del Discorso beccadelliano risiede non soltanto nel manipolo, non indifferente, di lezioni d’autore (a noi altrimenti ignote) che esso tramanda, ma anche nel fatto che ci permette di conoscere come era materialmente distribuito nel Cinquecento il bagaglio degli autografi volgari di Petrarca. Le fonti dichiarate delle lezioni raccolte nel Discorso sono tre: gli autografi posseduti da Bembo, le carte di monsignor Baldassarre Turini da Pescia e il libro di un non meglio precisato “grand’uomo”. Per quanto riguarda il primo gruppo di carte, sappiamo che Beccadelli aveva potuto consultarle con agio e trarne le copie necessarie, nel 1530, durante una visita nella casa padovana di Bembo. Salvo poche eccezioni (cfr. RVF 36, 14 E  di tornar a me non se ricorda), le lezioni provenienti da questa fonte coincidono con quelle trasmesse dal “codice degli abbozzi”. Molto più preziose (in quanto tratte da autografi non conservati) sono, invece, le varianti che Beccadelli estrasse dalle carte possedute da Baldassarre Turini e da lui consultate a Roma nel 1540. Si trattava di carte contententi in massima parte le minute dei Trionfi (ad eccezione del Triumphus Mortis e del Triumphus Temporis): spedite in dono dal prelato toscano a Francesco I di Francia, queste carte andarono perdute o durante il viaggio o una volta giunte a destinazione. Infine, i “luoghi mutati nel libro d’un grand’uomo”: etichetta sibillina di cui si fregia un gruppetto di dieci varianti relative ad altrettanti Fragmenta (RVF 2, 3, 10, 22, 23, 37, 269, 323, 365, 363), che Beccadelli trasse, presumibilmente, da un codice o una stampa del Canzoniere collazionato (oppure annotato) da un personaggio tuttora senza nome.

                È stato accertato che per la stesura del Discorso Beccadelli si servì di un’edizione del Canzoniere e dei Triumphi, l’incunabolo I, sul quale aveva annotato le varianti e le postille che nel corso degli anni era riuscito raccogliere dai vari autografi di Petrarca. Su questo esemplare Beccadelli lavorò e meditò a lungo sul testo petrarchesco, maturando alcune importanti convinzioni, come per esempio quella che il breve frammento Quanti già ne l’età matura ed acra (TM Ia) costituisse una precedente redazione del Triumphus Pudicitie (Frasso 1983, p. 72). Il materiale petrarchesco raccolto da Beccadelli dovette comunque eccedere l’estensione del Discorso e dei vivagni dell’incunabolo I: nella biografia di Petrarca, infatti, lo studioso  promette a più riprese al suo lettore un’ulteriore strenna petrarchesca costituita da una raccolta di rime estravaganti tratte da carte autografe. La fisionomia di questa raccolta beccadelliana, che non ci è pervenuta, è stata approssimativamente ricostruita grazie all’identificazione nel ms. 1289 della Biblioteca Universitaria di Bologna di un codice di rime antiche studiato e posseduto dal Giganti. In una delle otto sezioni di cui si compone il manoscritto è contenuta un’ampia silloge di rime di Petrarca o a lui attribuite, alcune delle quali postillate dalle stesso Beccadelli, silloge che potrebbe derivare direttamente da una raccolta preparata da Beccadelli come integrazione della Vita (Frasso 1983, pp. 131-37).