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Bibliografia

La nota, aggiunta in corso di stampa, è tratta dall'edizione Le cose volgari / di Messer / Francesco Petrarca. Gli esemplari pergamenacei presentano il seguente colophon, un po' più lungo di quello che si legge negli esemplari cartacei: Impresso in Vinegia nelle case d'Aldo Romano, / nel anno .MDI. del mese di Luglio, et tolto con / sommissima diligenza dallo scritto di mano me / desima del Poeta, hauuto da M. Piero Bembo / nobile Venetiano & dallui, doue bisogno / è stato, riueduto et racconosciuto; Con la / concessione della Ilustrissima signo / ria nostra, che per .x. anni / nessuno possa stampare il / Petrarcha sotto le / pene, che in lei / si conten / gono. /. Successivamente, le parole & dallui, doue bisogno è stato, riueduto et racconosciuto furono cancellate a penna, quasi a mascherare la portata dell'intervento filologico di Bembo [cfr. Aldo Manuzio editore. Dediche. Prefazioni. Note ai testi. Introduzione di Carlo Dionisotti, testo latino con traduzione e note a cura di Giovanni Orlandi, Milano, Il Polifilo, 1975, II, pp. 52-55].

LE COSE VOLGARI DI MESSER FRANCESCO PETRARCHA
(1501)

Aldo a gli lettori

Io mi credea per certo havere a bastanza dato fede della correttione di questo libro che io vi porgo, o lettori, havendovi una volta detto che egli è tolto dallo scritto di mano medesima del Poeta havuto da M. Piero Bembo, istimando che non mi fusse gran fatto bisognevole alla vostra credenza meritare, in quello che io vi promettea, altro che il vivo testimonio di tanto huomo. Hora io m'aveggo altrimenti essere avenuto che io non pensava: perciò che sono alcuni - sì come io intendo - che dicono non essere perciò così compiutamente corretta questa forma che io v'ho data, come si dice. Perciò che, per molto alla lungi non vi menare, essi già ne' primi titoli dell'opera due errori v'hanno compresi: l'uno è, che io dico 'volgari' e non 'vulgari', e male sia, conciosia cosa che nel latino 'vulgo' si dica e non 'volgo', al quale si dee la volgare lingua accostare più che si puote; l'altro è, che io ho voluto dire 'canzoni' più tosto che 'canzone', e non istà bene, essendo in uso 'canzona', sì come 'persona', nel primo numero, et in quello del più, 'canzone', sì come 'persone', e non 'canzoni', sì come etiandio non 'personi'. Ma perciò che questi errori si può dire che sieno fuori del testo, affermano che se ne lascerebbono andar di male, né caso ne farebbono alcuno, se io ne' versi medesimi non peccassi, sì com'io fo in quella canzone: "A qualunqu'animale alberga in terra, Senonse alquanti c'hanno in odio il sole", in quella parola 'senonse' che sta errata e vuole dire 'se non'; e come è la da quel verso: "Del bavarico inganno", che "barbarico" si dee dire; e: "chi non ha l'auro o'l perde", dove la sana lettione è: "Chi non ha l'auro e ber de'"; e così in altri luoghi similmente, ma soprattutto ne' Triomphi, ne' quali dicono che io alcuni capitoli, che si leggono negli altri, ho levati del mio, e l'ordine mutatone d'alquanti. In tutte le quai cose affermano che io mi sono scostato dal diritto camino del vero; mentre che io mi sono sforzato di ravicinarmivi più che gli altri.
A questi cotali, o miei lettori, chi volesse habondevolmente rispondere, sarebbe per aventura uopo che il poeta tutto si comentassi et isponessisi loro di parola in parola ogni verso; il che non è mia intention di fare per niente. Ma per ciò che non mi pare etiandio bene lasciargli del tutto in pendente, in sodisfattion loro, quanto può lor bastare, brievemente risponderò.
E prima, dove essi m'appongono quelle due voci, 'volgari' e 'canzoni', priegogli che essi mi perdonino se io loro dimesticamente favellerò. E dico così: che prima che essi leggendo più avanti passino di questo poeta, bene sarà che essi qualche poca di cognitione apprendano della Thoscana lingua et insegnare se la facciano, poscia che essi, per quello che io ne scorga hora, niente ne hanno da per loro appreso. Percioché in ogni foglio, anzi pure in ogni voce similmente ritroverranno in che fermarsi, essendos'eglino in coteste fermati così leggere; là dove ogni semplice Thosco sa che in questa lingua non si segue così il latino in ogni nota come essi dicono, e massimamente nelle prose, sì come sono questi titoli che essi hanno ripresi: e dicesi 'volgo' più tosto che 'vulgo', e 'popolo' più tosto che 'populo', e 'titolo' più tosto che 'titulo', sì come diciamo anchor noi.
Né dicono 'canzona' nel primo numero, sì come 'persona', anzi 'canzone', sì come fanno 'questione', 'tentione', 'oppenione' e simili; il per che, dicono poi, in quello del più, 'canzoni', per la regola del loro parlare, che porta che le voci di femmina finienti in -e nel numero del meno, in -i poi finiscano nell'altro. E che essi dicano 'canzone' nel primo numero, se a me non credono, credanlo al meno al Poeta, di mano del quale ho veduto io scritto in questi luoghi così: "Canzone, i' sento già stancar la penna" e "Canzone, i' t'ammonisco" e "Canzone, oltra quell'alpe"; né ho mai letto dove egli habbia scritto 'canzona'. E se forse vorrano dire che essi di così fatta scrittura niente ne sanno, vadano a quel verso: "Chi spiasse, canzone, Quel ch'i' fo", dove 'canzona' non v'ha luogo, che la rima non lo pate: e sì'l sapranno.
Ma queste sono in maniera fievoli questioni, che sciocchezza è mia il favellarne. Il che fa che io meno mi maraviglio se ad essi quella voce 'senonse' è paruta nuova, che pare nuova a gli Thoschi d'hoggi dì, quantunque si sia ella vecchissima non meno che altra. Ma a llei avenuto quello che d'Ulisse si scrive che avenisse, il quale lungamente stato lontano da' suoi, e vecchio a casa ritornando, non fue racconosciuto da persona. Tuttavia io mi ricordo haverla già per lo adietro altre volte veduta, percioché sì l'ho letta nelle Thoscane prose più fiate; et usavonla per quello che noi usiamo 'se non', a questo modo: che dove non seguiva il verbo, dicevano 'senonse', dove esso seguitava, 'senonsi' ponevano; come sarebbe a dire: "Tutti e sonetti del Petrarcha sono perfettamente buoni, senonse due o tre", et anchora "Tutte le canzoni del Petrarcha furono intese da gl'interpreti, senonsi fu quella, dove esso non volle essere inteso". La qual parola, sì come antichetta, pose il Poeta per più gratia delle sue rime, seguendo in ciò lo stile di tutti e più chiari e più lodati auttori, che nelle loro scritture alcuno antico vocabolo vanno alle volte spargendo tra gli usati; che poi risplendono, quasi vaghe stelle nell'ampio cielo. Et io così ho veduta scritta questa voce, oltre il testo che io dico di man sua, etiandio in altri antichissimi Petrarchi e sani. Né perciò è ella sì del tutto cangiata nel popolaresco parlare di questi dì, che essa non ritenga della sua vecchiaia; perciò che ancora dicono e Firentini 'senone'; senza che, e Marchiani 'senonse' e 'senonsi' usano in alguni luoghi tuttavia.
Hora, perché non è mia professione in questo luogo di sporvi le lingue et il nostro Poeta, all'altre incorrettioni, che e miei riprenditori arrechano, o della lingua o dello 'ntendimento del auttore, tanto solo dirò: che se alle volte cosa che quivi leggono nella loro conoscenza non cape, et essi pure ne vogliono riprendere chi che sia, riprendano il Petrarcha medesimo, se par loro di ben fare; il quale di sua mano così ha lasciato alle genti che doppo lui havevano a venire, in testo diligentissimamente da esso scritto in buona charta, il quale io appo il sopradettovi M. Piero Bembo ho veduto, che altri libri ha di man pure del nostro Poeta, e dal quale questa forma a lettra per lettra è levata in modo che, con pace di chi mi riprende, in essa non ci ha errori. Ma quando essi a me un Virgilio recheranno inanzi, che di man di Virgilio sia, o pure da quello tolto; quante volte o parola o sentimento mi verrà in esso veduto altrimenti stare che non istà nel mio, tante m'ingegnerò più tosto d'intenderlo che di colparlo. Il che se essi faranno per lo innanzi, io non mi sfido anchora che essi non habbiano a dire che non solamente né mancanti né disordinati non sono questi Trionphi del Poeta che io do loro, ma che né ordinati né pieni né in fine Triomphi del Petrarcha sono stati fin questo giorno altri che e nostri, come che grandissima diversità si ritruovi de gli loro exemplari et in ogni luoco sia quest'opera tenuta per non finita dalle più genti.
Siami questa volta lecito havere detto tanto, o lettori; poscia che non sanza lunga diligenza e fatica di me et utilità di voi m'è venuto fatto di poterlo dire; o pure non mi sia lecito né ancho questo, in finattanto che chiunque con giudicioso e discernevole occhio gli leggerà, non ritroverrà che così sia.
State sani; et aspettate in brieve un Dante non men corretto che sia il Petrarcha, anzi tanto più anchora da dovervi esser caro, quanto sanza fine più sono e luoghi ne' quali Dante incorrettissimo si vedea, che quivi non si vederà, che quegli non sono, ne' quali si leggea manchevole il Petrarcha, che nelle nostre impressioni non si leggerà.