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L'edizione aldina del 1501

Le cose volgari di Messer Francesco Petrarcha. Con questo titolo, sobrio ed essenziale, usciva nel mese di luglio del 1501, nelle "case d'Aldo Romano", ovvero in quella che si avviava a diventare, senza confronto, la più prestigiosa officina editoriale italiana del secolo, una raffinata edizione del Canzoniere e dei Triumphi di Petrarca. Per essa Aldo Manuzio aveva utilizzato, per la prima volta in un testo volgare, il celebre carattere corsivo che il bolognese Francesco Griffo aveva disegnato appositamente per lui e che l'editore aveva già impiegato, nell'aprile di quello stesso anno, per la stampa delle opere di Virgilio. Il volume, rivoluzionario anche dal punto di vista del formato, piccolo e maneggevole, si avvaleva della prestigiosa collaborazione di Pietro Bembo, che era citato come curatore scientifico dell'edizione, sia nella sottoscrizione finale del libro,

Impresso in Vinegia nelle case d'Aldo Romano, nel anno .MDI. del mese di Luglio, et tolto con sommissima diligenza dallo scritto di mano medesima del Poeta, havuto da M. Piero Bembo nobile Venetiano & dallui, dove bisogno è stato, riveduto et racconosciuto; Con la concessione della Illustrissima signoria nostra, che per .x. anni nessuno possa stampare il Petrarcha sotto le pene, che in lei si contengono,

sia nella postilla Aldo a gli lettori, stampata su un foglio aggiunto in calce agli ultimi esemplari dell'edizione:

Io mi credea per certo havere a bastanza dato fede della corretione di questo libro che io vi porgo, o lettori, havendovi una volta detto che egli è tolto dallo scritto di mano medesima del Poeta havuto da M. Piero Bembo [...] il quale [Petrarca] di sua mano così ha lasciato alle genti che doppo lui havevano a venire, in testo diligentissimamente da esso scritto in buona charta, il quale io appo il sopradettovi M. Piero Bembo ho veduto, che altri libri ha di man pure del nostro Poeta, e dal quale questa forma a lettra per lettra è levata [...].

L'avviso (quasi certamente uscito dalla penna dello stesso Bembo: Belloni 1992, pp. 117-8) rivela quanto precoci erano state le perplessità, per non dire le critiche e le contestazioni, che l'operazione editoriale di Aldo aveva suscitato presso il pubblico degli specialisti. Senza scendere fino al 1525, anno in cui Vellutello, per aprire un varco al commento di un Canzoniere da lui cronologicamente riordinato, aveva dovuto scagliarsi, senza risparmio di colpi, contro l'edizione del Manuzio, è possibile registare già nel 1517 i segni di un'aperta ostilità verso il Petrarca aldino. Tali segni sono rappresentati dalle note polemiche che il veneto Antonio da Canal, autore di un commento petrarchesco ancora inedito (e che si legge nei mss. Marciani italiani IX 285-286 [=6911-6912]), scaglia all'indirizzo di quell'edizione, piena di "tanti tituli et tante corecione", cioè di segni diacritici ed interpuntori, che costituivano effettivamente una novità non trascurabile nella veste editoriale dell'opera, novità non priva di un certo impatto sulle abitudini dei lettori contemporanei (cfr. Belloni 1992, pp. 102-5). L'autorevolezza dell'edizione aldina, enfatizzata dalle dichiarazioni del colophon e della postilla aggiunta in corso di stampa, poggiava, in effetti, su un argomento di grande peso: per preparare il testo dell'opera Bembo si era servito dell'originale stesso del Canzoniere, cioè di quel ms. Vaticano latino 3195, all'epoca appartentente a un membro della famiglia padovana dei Santasofia (Sambin 1990), che l'umanista sarebbe riuscito ad acquistare per la propria biblioteca soltanto nel 1544. Per l'edizione del Petrarca volgare Bembo preparò una copia manoscritta, oggi conservata nel Vaticano latino 3197. Studi condotti su questo manoscritto e sull'originale del Canzoniere hanno dimostrato che il codice petrarchesco giunse nelle mani di Bembo quando questi era arrivato nella sua trascrizione quasi al termine del Canzoniere: dal Vaticano latino 3195 Bembo poté così trascrivere direttamente solo gli ultimi 28 componimenti e questi non nell'ordine finale stabilito da Petrarca con la numerazione aggiunta in margine, ma nell'ordine in cui si succedevano effettivamente nel codice (cioè RVF 337-349, 356-365, 351-353, 366). Sorte analoga toccò alla canzone 264 e ai sonetti 265 e 266 che furono anch'essi trascritti dall'originale petrarchesco su un bifoglio aggiunto a suo luogo nel manoscritto bembino (la prima redazione del 3197 fu poi cassata con un frego). Gli altri testi, già trascritti, furono oggetto di una revisione condotta sulla scorta del codice petrarchesco, che, sebbene accurata, non fu tuttavia fedelissima alla lettera dell'originale. Studi specifici hanno dimostrato, per esempio, come Bembo, in linea con quelli che sarebbero stati gli orientamenti delle Prose, interviene sul testo di Petrarca, operando elisioni o troncamenti anche, e specialmente, in presenza di sinalefe (Pillinini 1981).

Più arduo, in assenza di un testo licenziato dall'autore, si presentò il compito dell'editore per i Triumphi. Lo stato di incompletezza in cui era rimasto il poema, la precoce dispersione delle carte petrarchesche (testimoniata da Ludovico Beccadelli) e, soprattutto, le discordanze nella tradizione manoscritta circa, per esempio, l'ordinamento dei capitoli costituivano un ostacolo non indifferente. A Bembo, tuttavia, si deve la lucida intuizione che lo portò, per primo, a collocare nella seconda posizione del Triumphus Cupidinis il capitolo Stanco già di mirar, che la tradizione manoscritta e a stampa poneva generalmente al terzo o al quarto posto. Ineccepibile, poi, dal punto di vista strettamente filologico-testuale la decisione di escludere dalla compagine del poema TF Ia, in quanto redazione anteriore di TF I e II. Problematica, invece, la valutazione bembiana del breve frammento di TM Ia: la circostanza che sul manoscritto preparatorio il Triumphus Pudicitie rechi la rubrica cassata Capitolo I sembra deporre (ma non è certo) a favore del fatto che Bembo, almeno in un primo tempo, credesse il frammento l'incipit di un possibile secondo capitolo della Pudicizia.