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Publio Virgilio Marone
(70-19 a.C)

Poeta latino, nato ad Andes (oggi Pietole), presso Mantova. Scrisse le Bucoliche, dieci egloghe in esametri di argomento idillico-pastorale (Bucolicon liber, 42-39), le Georgiche, poema didascalico in 4 libri dedicati, nell'ordine, all'agricoltura, alla viticultura, all'allevamento del bestiame e all'apicultura (Georgicon libri IV, 37-30), e l'Eneide (Aeneidos libri XII), il poema dell'epos latino, voluto dallo stesso Augusto, a cui Virgilio cominciò a lavorare nel 29 senza riuscire a sottoporlo a una revisione finale. A Virgilio la tradizione attribuisce anche un corpus di operette minori, la cosiddetta Appendix vergiliana, di cui fanno parte il Catalepton liber, il Culex, la Ciris, le Dirae, la Lydia, la Copa, il Moretum, l'Aetna e due Elegiae in Mecenatem, quasi tutte apocrife. Petrarca, che ovviamente non ignorò il ruolo assegnato da Dante al poeta latino nella Commedia ed espresse in molti testi la sua stima per questo scrittore (cfr., ad esempio, BC X 46-49; Mem. II 16; III 50; Sen. IV 5.), possedette sin dalla fine degli anni Trenta il famoso codice ambrosiano delle opere virgiliane, commentate da Servio e illustrate da una miniatura di Simone Martini (Bibl. Ambr., Sala Prefetto 10/27, già A 49 inf.). Oltre alle molteplici suggestioni esercitate sull'opera di Petrarca dagli scritti del poeta latino, rilevante è il numero dei luoghi petrarcheschi dove si parla di Virgilio. Destinatario di Fam. XXIV 11 (intestata "Ad Publium Virgilium Maronem heroycum poetam et latinorum principem poetarum"), il poeta di Enea (forse per effetto della suggestione del passo dantesco dedicato all'incontro tra Virgilio e Sordello: cfr. Purg. VI 71-75) è spesso citato nei testi di Petrarca come "mantovan" (cfr. TF III 17), o come poeta di Mantova (cfr. RVF 166, 4), o attraverso perifrasi contenti il nome di quella città (cfr. RVF 187, 10 "... del pastor ch'anchor Mantova honora"), adoperata in un caso metonimicamente per designare il poeta (cfr. RVF 247, 11; ma per le origini mantovane di Virgilio cfr. anche Fam. XI 6, 3; XIX 2, 1). Come poeta di amori pastorali o omosessuali compare in TC IV 19 (ed anche nel già citato RVF 187, 10), mentre come vate dell'epos latino figura in TF III 17 e TF IIa 51 e 70. In tutti questi passi (eccetto che in RVF 166 e in TF IIa 70 e sgg.) Virgilio è accostato all'altro padre dell'epica classica, il greco Omero. Questo accostamento, ripetuto anche in RVF 186, 1; BC I 12-28; Vit. sol. II XII, p. 528; Sen. IV 5, p. 869; XII 2, p. 1001 e Coll. Ioh. II 2 (ed coll'aggiunta di Cicerone e Demostene in TF III 13-24; Sen. XII 2, p. 1009 e Ot. I, p. 660), sembra condizionato dalla riflessione sul problema della superiorità dell'uno poeta rispetto all'altro e dell'imitazione di Omero fatta da Virgilio. Tale riflessione, impostatata già da Macrobio, Sat. V 2-17, è svolta da Petrarca in numerosi testi: cfr., ad esempio, Mem. II 25, 3; 45; III 87; Fam. XV 4, 5; XXIV 12, 18-25. Virgilio, alle cui opere Petrarca si ispirò per la composizione dell'Africa e del Bucolicum carmen, è citato anche nel sonetto estravante Sì mi fan risentire a l'aura sparsi (vv. 9-10).