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Marco Terenzio Varrone (116- 27 a. C.)

Scrittore latino. Dopo la sconfitta di Pompeo, di cui era stato fautore, fu perdonato da Cesare, che gli affidò la direzione della biblioteca pubblica di Roma. Grande erudito e cultore delle tradizioni romane, scrisse un numero ingente di opere, molte delle quali perdute, altre pervenuteci incomplete o frammentarie: dai tre libri del De re rustica, ai 25 del De lingua latina (di cui restano, incompleti, i libri V-X); dagli Antiquitatum libri XLI (divisi in 25 libri Rerum humanarum e 16 Rerum divinarum), ai Disciplinarum libri XI; dai 15 libri di Imagines ai 150 di Saturae menippeae e ai 76 di Logistorici. P., che per un certo tempo confuse l'erudito romano con il poeta suo omonimo, Publio Terenzio Varrone Atacino (cfr. Fam. IV 16, 6: "Varro satyrarum ac de poetis quoque libros edidit; de Iasone insuper atque aureo vellere poema non ignobile textuit"), conobbe direttamente V. su una raccolta di frammenti donatagli in gioventù da Raimondo Subirani (cfr. Sen. XVI 1, p. 1049: "ad hoc habui et Varronis et Ciceronis aliquod") e più tardi su un codice del De lingua latina regalatogli da Boccaccio (1355; cfr. Fam. XVIII 4 "gratiarum actio pro transmissis Varronis ac Ciceronis libris") e su uno del De re rustica procuratogli da Guglielmo da Pastrengo (poco dopo il 1360; cfr. Fam. XXI 11, 2 g "expecto ... tuam Varronis Agricolturam"). Per il resto, P. conobbe le opere di Varrone solo attraverso le citazioni di altri autori. Ad esempio, sulle Antiquitates, opera a cui allude in TC I 158 ("tutti son qui in pregion gli dèi di Varro") e in Inv. mal. 26 ("Varro ... scripsit libros viginti quinque rerum humanarum, sedecim divinarum") poteva avere notizia da Cicerone, Ac. I 3, 9 ("tu omnium divinarum humanarumque rerum nomina genera officia caussas aperuisti", passo che P. cita in Mem. I 14, 5), ma anche da Agostino, De civ. VI-VII. Due luoghi petrarcheschi, Fam. XXIV 6 (a Varrone), 7-8 e Inv. med. IV, p. 962 ("lege Varronis vel, quia illos non habes, Augustini libros, inveniasque tibi placitum aliquod dei nomen ... magna ibi deorum copia et nominum multa varietas"), consentono del resto di identificare proprio in Agostino la fonte delle notizie sul trattato varroniano. Oltre che da Agostino (il cui De civ. XIX 1 è citato, sempre a proposito di V., in Fam. 5, 14), P. ricavò informazioni sulle opere di V. da Lattanzio, Div.ist. I 6, PL VI, coll. 140-41 (utilizzato in Fam. XXI 8, 7 e Ot. I p. 632) e da Gellio XIII 11 (che fornisce lo spunto a Fam. XVIII 10: "Varroniana lex convivii"). V., a cui P. diresse la Fam. XXIV 6 dove si rammarica (come in Mem. I 15, 5) della quasi totale perdita delle opere dello scrittore, è apostrofato in TF III 38 come "il terzo gran lume romano" (dopo Virgilio e Cicerone) ed è accostato all'Arpinate in TF IIa 49-50. In coppia con Cicerone figura anche in Epist. III 29, 50-53; Mem. I 15, 1; Rem. I 44, p. 56; Fam. XVIII 4; XXIV 6, 5-7. La sterminata dottrina dello scrittore latino è inoltre lodata in molti luoghi petrarcheschi, ad es. in Mem. III 45; Coll. laur. 2, 8; Ot. I, p. 660; Inv. med. I, p. 836; Inv. mal. 26; Fam. II 10, 5; VI 3, 24; X 4, 5; XII 8, 5; XVIII 3, 6; Sen. I 5, 53; II 1, p. 1042; XIV 1, p. 832.