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Scilla
La ninfa Scilla, amata dal pescatore Glauco, fu trasformata dalla gelosa Circe in mostro marino e poi in una rupe che, fissata sulla costa calabres,e difronte al vortice di Cariddi, costituiva un pericolo mortale per i naviganti nello stretto di Messina (cfr. Ovidio, Met. XIV 72-74: "mox eadem Teucras fuerat mensura carinas, / ni prius in scopulum, qui nunc quoque saxeus extat, / transformata foret; scopulum quoque navita vitat"). In TC II S. è citata in relazione a Glauco come "colei cui sola [il pescatore] par che pregi" (v. 173) e alcuni versi più avanti in relazione alla sua trasformazione rupestre: "... invece d'osse / Scilla indurarse in petra aspra ed alpestra, / che del mar ciciliano infamia fosse" (178-80). Insieme a Cariddi, invece, seguendo una tradizione che annovera, tra gli altri, Virgilio (Aen. III 420-32 e 684; VII 302-3), Ovidio (Am. II 11, 18; Met. VII 62-65; XIII 730-31) e Properzio (II 26, 53-54; III 12, 28), è citata in TC II 27; RVF 189, 3; Epyst. I 4 102-4; III 32, 52; Fam I 7, 5; VII 12, 18; IX 13, 25; XV 3, 8; XXIII 4, 3; Rem. I 93, p. 94; II 90, p. 206; It. 43 e nella dispersa Quella che 'l giovenil meo core avinse 12.
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