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Pindaro

Poeta greco (518 ca. - 438 ca. a. C.). Di nobile famiglia tebana, visse ad Atene e in Sicilia, alla corte del tiranno Gerone. Praticò tutti i generi della lirica corale greca, componendo inni, peani, ditirambi, encomi, treni ed epinici, che gli eruditi di età alessandrina raccolsero in 17 libri. Petrarca, che non conobbe neppure quel poco della produzione pindarica che ci è pervenuto (cioè le 45 odi che costituiscono i quattro libri degli Epinici e i circa 350 frammenti degli altri), lo seppe cantore degli atleti vincitori nei giochi panellenici grazie ad Orazio, Carm. IV 2, 1-27 (luogo alluso in Rem. I 15, p. 20). Il giudizio di Quintiliano, certamente noto a Petrarca, secondo il quale Pindaro sarebbe stato "lyricorum longe ... princeps spiritus magnificentia" (X 1, 6) rende plausibile, l'ipotesi formulata dal Castelvetro, che al poeta tebano e ad Orazio (considerati come i due massimi esponenti delle lirica greca e latina) si riferisca l'espressione "l'una et l'altra lira" di RVF 247, 11. A determinare l'inclusione di Pindaro nella schiera dei poeti d'amore di TC IV (cfr. vv. 16-18), fu senz'altro il racconto delle circostanze della sua morte, riportato da Valerio Massimo IX 12, ext.7 (racconto ripreso da Petrarca anche in BC X 98-110 e Epyst. II 14): secondo la fonte latina, infatti, Pindaro sarebbe spirato posando il capo sulle ginocchia del fanciullo amato, Teosseno.