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Quinto Cecilio Metello, detto il Macedonico

Politico e generale romano (190 ca.-105 a. C.). Prese il soprannome di Macedonico per aver soffocato nella provincia della Macedonia la rivolta di Andrisco (148-146). Console nel 143, represse alcune ribellioni di Galli Celtiberi in Spagna. Petrarca lo rappresenta nel corteo della Fama (TF I 115-20), subito dietro a Tiberio Sempronio Gracco, forse perché fiero avversario della politica dei fratelli Gracchi (cfr. Livio, Per. LII e ps.-Plinio, Vir. ill. 61). Alcuni antichi scrittori (cfr. Cicerone, De fin. V 27, 82-28, 83; Tusc. I 35, 85 e 36, 86; Valerio Massimo VIII 1, 1; Agostino, De civ. II 23) esaltano il Macedonico come uno degli uomini più felici della terra, in virtù dei successi politici e militari suoi e dei suoi figli. Petrarca riprende questo topos della biografia di Quinto Cecilio Metello in vari luoghi delle sue opere: TF I 89-90; Epyst. I 4, 88-89; Sen. IV 1, p. 442; in particolare cita Cicerone, Tusc. I 36, 86 "Metelli sperat sibi quisque fortunam" in Fam. III 20, 8; IX 14, 6; Ot. II, p. 714; Rem. II 120, p. 241. Tuttavia, in TF I 115-17, definendolo come "... quel che parve altrui beato e lieto; / non dico fu, ché non chiaro si vede / un chiuso cor profondo in suo secreto", si mostra debitore di un passo di Plinio il Vecchio VII 44, 142-46, dove lo scrittore latino, ricordando che il Macedonico rischiò di essere ucciso da un tribuno della plebe, nega che egli possa essere stato realmente felice. Il dubbio sulla felicità del Macedonico ritorna anche in Ot. II, p. 784; Rem. I 108 (Prose, p. 638); Fam. III 20, 9; VI 5, 6; VIII 1, 2, 4-5 e 13-14.