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Didone

Leggendaria regina di Tiro, nella Fenicia (XIII secolo a. C.). Alla morte del marito Sicheo, uccisole dal fratello Pigmalione, si rifugiò in Africa, dove fondò la città di Cartagine. Nell'Eneide (cfr. Aen. I e IV) Virgilio racconta che Didone accolse il naufrago Enea, si innamorò di lui e si uccise con la sua spada quando questi partì alla volta del Lazio. Il racconto virgiliano (Aen. IV e VI 450-76), poi ripreso da Ovidio (Her. VII ["Dido Aeneae"]; Met. XIV 78-81), da Ausonio (Cup. cr. 37-39) e più tardi da R. Rose 13144-80 e da Boccaccio, A.V.XXVIII 1-XXIX 30, è accolto da Petrarca solo in RVF 29, 37-38 ("tal già ... / l'amata spada in se stessa contorse"), mentre è vivacemente contestato, o semplicemente respinto, in molti altri luoghi, in alcuni dei quali il poeta segue un'altra versione della storia (attestata, tra gli antichi, da Macrobio, Sat. V 17, 4-6; Giustino XVIII 6, 1-7; Girolamo, Adv. Iov. I 43 (PL XXIII, col. 273); Agostino,Conf. I 13, 22 e, tra gli scrittori volgari, da Guido da Pisa, I fatti di Enea XIX; Fazio degli Uberti, Ditt. I XIV 37-48 e II XX 34-39 e dallo stesso Boccaccio: cfr. Branca 1974, pp. 682-83). Secondo questa tradizione, la regina di Cartagine si sarebbe suicidata per sottrarsi alle brame del re dei Getuli Iarba e restare così fedele alla memoria del marito defunto: cfr. TP I 10-12 e 154-59; Afr. III 420-23; Secr. III, p. 152; Fam. II 15, 2; SN 5, p. 185; Sen. IV 5, pp. 871-72. Poiché in quest'ultimo luogo Petrarca attribuisce a Virgilio una consapevole adesione, per fini artistici, alla storia mendace, alcuni studiosi hanno ritenuto, in passato, che Petrarca intendesse polemizzare non con il poeta latino, bensì con Dante, il quale sembra credere alla verità storica del racconto virgiliano (cfr. Inf.V 61-62 e 85; Par. VIII 9; IX 97-99; Così nel mio parlar 35-36; Conv. IV XXVI 8; Mon.II III 15; Fiore CLXI 3-4).