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Publio Decio Mure sr

Politico e condottiero romano (IV secolo a. C.). Collega di consolato di Tito Manlio Torquato nel 340, durante la guerra contro i Latini si immolò agli dei Mani in cambio della vittoria nella battagli di Veseri in Campania (cfr. Livio VIII 9; Valerio Massimo I 7, 3 e V 6, 5; ps.-Plinio, Vir. ill. 26; Orosio III 9, 3). Petrarca, che traccia la biografia del condottiero in Vir. ill. XI ("De Publio Decio"), ricorda l'episodio in Mem. IV 42. Insieme al figlio omonimo, Pulio Decio Mure jr, autore di un gesto identico, è citato in TF I 67-69, secondo un accostamento consueto nella tradizione letteraria (cfr. Cicerone, De off. III 4, 16; Tusc. II 24, 59; De nat. deor. III 6, 15; Par. stoic. I 2, 12; De div. I 24, 51; De sen. XX 75; Livio IX 17, 13; Seneca, Epist. LXVII 9; Lucano VI 785-86; Plinio il Vecchio XXVIII 3, 12; Dante, Conv. IV V 14; Mon. II V 15-16). Di un terzo Publio Decio Mure, nipote e figlio dei primi due, che sacrificò la propria vita ai Mani nella battaglia di Ascoli, in Puglia, contro Pirro (279), Petrarca trasse notizia da Cicerone, Tusc. I 37, 89 e De fin. II 19, 61, per servirsene in Afr. III 596-622 e Fam. VI 4, 9. Ma i dubbi sull'effettiva esistenza del terzo Decio, non attestata da altre fonti, emergono in TF Ia 82 (dove parla di "due ... o tre Deci"), in Rem. II 125, p. 246 e in Sen. IV 1, p. 439 dove Petrarca giunge, infine, a contestare la testimonianza di Cicerone (cfr. Martellotti 19491, pp. 158-61). Altre citazioni dei Deci (di cui però non è precisato il numero) si trovano ad esempio in Epist. II 14, 132, in Fam. X 1, 16 o nella dispersa Quel ch'à nostra natura in sé più degno 84.