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Annibale

Generale cartaginese, figlio di Amilcare Barca, (247 ca.-183 a. C.). Dopo aver combattutto i Romani in Spagna, invase l'Italia nel 218, riportando una serie di vittorie, non risolutive, al Ticino, alla Trebbia, al Trasimeno e a Canne (218-216). Tornato in patria per difenderla da Scipione, fu sconfitto a Zama nel 202. Contrastato dai concittidani nel suo programma di riforme, andō in esilio in Siria (195) e poi in Bitinia (189), dove si uccise per non essere consegnato ai Romani. Dedicatario di una delle biografie del Vir. ill. (XVII "De Hanibale Carthaginensium duce"), nonché portabandiera dei condottieri non romani in TF II 8 (posizione confermata da TF Ia 121-27; Coll. Scip. 3 e Fam. XIII 4, 16-17), A. č citato in TF I 51 e TF Ia 35 a proposito delle manovre temporeggiatrici di Quinto Fabio Massimo e in TP 98 in relazione alla disfatta di Zama. In TC III 25-27 compare aggiogato dall'amore di una "vil femminella" che aveva conosciuto in Puglia. L'episodio, che P. ricava da Plinio il Vecchio III 11, 103, č ripreso in numerosi altri luoghi petrarcheschi (cfr. Vir. ill. XVII 46; XIX 71; Rem. I 69 [Prose, p. 622] e soprattutto RVF 360, 92-96: "et Hanibāl al terren vostro amaro / ... / lasciai cader in vil amor d'ancille"). Alcuni aneddoti riportati da Livio, come il finto riso di A. di fronte alla sconfitta di Cartagine o il rimprovero, mosso al condottiero dal fratello Maarbale, di non saper sfruttare al meglio la sua vittoria a Canne (cfr. Livio XXX 44, 4-6; XXI 51, 4), sono rievocati rispettavimante in RVF 102, 5-8 e 103, 1-2 (il secondo anche in Fam. III 3, 1). Come il nemico per antonomasia di Roma A. č citato anche in RVF 53, 65. Infine, alla parziale cecitā del condottiero cartaginese, conseguenza di una malattia ad un occhio che lo aveva colpito durante la campagna d'Italia (cfr. Livio XXII 2, 1), P. fa riferimento in Vir. ill. XVII 26; Afr. II 32-33; B.C. I 115-16; Fam. X 4, 32; Rem. I 60, p. 70 e Mem. IV 63, 2-3.