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Alessandro Vellutello da Lucca

"Un commento non di Vellutello, ma di finissimo velluto, anzi di finissimo oro". Con queste parole, attribuite a Trifone Gabriele, il messinese Cola Bruno, segretario di Pietro Bembo, comunicava a Ludovico Beccadelli, in una lettera del 23 maggio 1539, le aspettative che il circolo bembiano nutriva sul commento a Petrarca che si attendeva da lui, per scalzare sul mercato librario la scandalosa chiosa di Alessandro Vellutello stampata nel 1525. Lo scalpore suscitato da quella glossa, della quale il Lucchese aveva appena finito di curare la sua quarta ed ultima edizione (1538; la seconda era apparsa nel 1528 e la terza nel 1532), nasceva, soprattutto dal Trattato de l'ordine de' sonetti et canzoni del Petrarca mutato, premesso al commento. In questo scritto Vellutello, riprendendo una delle osservazioni critico-polemiche più ricorrenti nel commento di Filelfo, aveva dimostrato che l'ordinamento vulgato dei testi del Canzoniere non aveva alcuna congruenza logico-temporale. Secondo il commentatore, inoltre, tale ordine non era originale, in quanto Petrarca non aveva mai raccolto le sue rime "in uno medesimo volume", ma le aveva lasciate "su diversi separati fogli" (Belloni 1992, pp. 92-93). Basandosi, dunque, sulle evidenze cronologiche e geografiche interne ai testi, nonché sulle testimonianze raccolte durante alcuni suoi viaggi a Milano e in Provenza (dove aveva disegnato la celebre mappa di Valchiusa, premessa all'edizione), Vellutello aveva proceduto a un riordinamento tematico dei Fragmenta, che erano stati divisi in tre gruppi: rime in vita e rime in morte di madonna Laura, più un'appendice di testi dedicati ad altri argomenti (storici, morali, d'occasione, ecc.). Per imboccare questa strada, però, il commentatore lucchese aveva dovuto sbarazzarsi dell'ingrombrante fardello del Petrarca aldino del 1501; era stato costretto, cioè, a screditare quell'edizione, che, vantandosi esemplata dal manoscritto originale di Petrarca, "riveduto e racconosciuto" da Bembo, sembrava offrire un'indiscutibile garanzia d'autenticità alla successione dei componimenti del Canzoniere attestata dalla tradizione. Dopo aver negato, sulla base di una confidenza a lui fatta dallo stesso Bembo (e che questi non si curò mai di smentire) che il testo usato per l'aldina fosse l'originale, il Vellutello aveva imbastito il suo commento al Canzoniere sulla solida trama di accurate ricognizioni storico-documentarie sulla vita di Laura e di Petrarca. Su invito di Niccolò Delfino, poi, aveva esteso la sua chiosa anche ai Triumphi, offrendo al pubblico, con questo necessario complemento editoriale, "un prodotto nuovo, modestamente confezionato, ma comprensibile, sin dalla iniziale interpretazione del soggetto del poema, che adombra la storia dei sei stati dell'anima, da quello sensitivo (Amore), a quello della separazione col corpo (Morte) sino allo stato eterno (Eternità) che intrinsecamente essa possiede" (Belloni 1986, p. 32). Notevole solo per alcuni aspetti (ricostruzione documentaria e, per il poema, riconoscimento sufficientemente preciso, con conoscenze biografiche eccezionali per quei tempi, dei poeti limosini del Triumphus Cupidinis: Belloni 1992, p. 71), il commento è decisamente scarso sul versante delle annotazioni metriche, retoriche e linguistiche, nonché, come fu osservato dai suoi censori, nell'illustrazione de "le historie e favole" (Belloni 1992, p. 77). Per quanto riguarda le fonti, poi, se gli autori classici sono ben rappresentati (Virgilio, Orazio, Ovidio, Properzio, Giovenale, Marziale, Cicerone, Livio, Sallustio, Plinio, etc), i testi della cultura umanistica sono invece assenti (con la sola eccezione del De bello neapolitano di Pontano e del Cronicon di Bruni), mentre estremamente scarse sono le conoscenze sul versante della tradizione volgare (Dante minore non è mai citato, Boccaccio compare appena); infine, di Petrarca latino sono citate solo le Epystole e l'egloga Laurea occidens.