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Silvano da Venafro

Il commento al Canzoniere e ai Trionfi di Silvano da Venafro fu pubblicato a Napoli dagli stampatori Antonio Iovino e Mattia Canzer nel 1533, solo alcuni mesi prima dell'uscita, a Venezia, della chiosa petrarchesca di Giovanni Andrea Gesualdo. Come quello del Gesualdo, anche il lavoro di Venafro vide la luce a distanza di alcuni anni dal suo effettivo compimento, e cioè sette anni più tardi (stando al privilegio di stampa concesso da papa Clemente VII nel 1526) o forse dieci (come si legge nella dedica ai lettori, dove l'autore adduce a giustificazione del ritardo "le guerre e l'altre ruine del Regno e dell'avanzo d'Italia"). Il commento, "a torto trascurato e tuttora privo di uno studio critico", si rivela opera di un autore colto e intelligente, "umanista a tutto diritto, nutrito soprattutto di quella cultura filosofica che contraddistingue la Napoli del tardo '400" (Belloni 1986, pp. 33-34). Attento ai nuovi orientamenti linguistici che la cultura letteraria italiana aveva assunto dopo l'uscita delle Prose della volgar lingua, Silvano, giocando sull'etimologia del proprio nome, chiede venia, nella dedica, per le proprie intemperanze linguistiche, con queste parole:

Prego solamente il mio Bembo non li dispiaccia di perdonarmi se non ho osservato tutto quel ch'egli scrive della volgar lingua al suo Medici, ch'io ci ho faticato assai. Ma non si può da un nato nelle selve et nutrito senza gran tempo diventar toscano.

E non senza una certa ironia, aggiunge:

Facciami intender [scil. Bembo] che pena ne va, ch'io la ci inviarò fin a Venetia. Ma io so ch'egli è molto cortese et, secondo intendo, di tai proventi ne fa poco caso et ne suol donar la maggior parte, il che fa da suo pare, perché oltre di esser il più famoso et scientiato nelle discipline d'i liberali, dicono esser ricco et di molta nobiltà.

Il commento di Silvano si distingue soprattutto per due aspetti: "la presenza di Aristotele [...] e l'opportuno sfruttamento, sul versante di Petrarca, del Secretum, già utilissimo per il primo sonetto: laddove per commentare "al popol tutto favola fui gran tempo" è richiamato il passo "pudeat senem amatorem esse tam diu vulgi fabulam" (Belloni 1986, p. 34). Notevole, infine, anche lo sfruttamento, da parte del commentatore, di altre opere di Petrarca (il De remediis utriusque fortune e le epistole Sine nomine), generalmente trascurate dagli esegeti cinquecenteschi.