Torna all'inizio
Esegesi
indietro< Edizioni commentate> per Autori> A. Portilia Integrali & Parziali Elenco
Commenti
Questioni

Questioni testuali
Vicende compositive
Varianti d'autore
Geografia petrarchesca

Guida alla Lettura
Trame e personaggi
Itinerario trionfale
Testo

Biblioteca
Rime estravaganti
Altri testi
Testi non petrarcheschi

Bibliografia

Chiose Portilia

Considerate come l'espressione del "più antico stadio del commento ai Trionfi" (Belloni 1986, p. 22), le cosiddette Chiose Portilia sono un commento anonimo al poema petrarchesco, mutilo dell'ultima parte, pubblicato a Parma nel 1473 dall'editore Andrea Portilia. Le vicende redazionali di questa chiosa sono piuttosto complesse e non ancora completamente chiarite. Oltre che dalla stampa quattrocentesca, infatti, la glossa è trasmessa anche da 15 testimoni manoscritti, 5 dei quali integri mentre gli altri 10 si presentano mutili a partire dallo stesso punto (TF Ia 59) in cui si interrompe l'incunabolo parmense. Gli studi sul testo di questa glossa (Quarta 1905 e Allenspanch 1986 e 1993) hanno accertato il suo costituirsi attraverso una complessa stratificazione redazionale, scandibile in almeno tre fasi distinte. Alla prima apparterebbe un nucleo originario di chiose che potrebbero risalire a un'epoca press'a poco contemporanea allo stesso Petrarca: a indicarcelo sarebbe la presenza di un'informazione che il chiosatore dichiara di aver ricevuto da un certo Giovanni, discepolo del poeta (e che puņ essere identificato o con il Malpaghini o con il Conversini). Alle altre due fasi apparterrebbero, invece, il lavoro di un espositore e quello di un revisore della glossa. Intrigate anche le questioni attributive riguardanti questo testo. In un epigramma latino stampato sul verso dell'ultimo foglio dell'edizione parmense, la glossa viene assegnata all'umanista Filelfo:

Quae condam totum, lector, quesita per orbem
quaeque tibi fuerant tota sepulta diu
perlege: Philelphi nam commentaria docte
narrabunt quicquid continet historia.
Perlege nec dubites dulces cantare Triumphos
exemplo illustres nec minus eloquio.
Haec nam dedalicus posuit Portilia Parmae
Andreas patriae gloria magna suae.
Pridie nonas martii MCCCCLXXIII.

Venuto a conoscenza della stampa parmense, Francesco Filelfo aveva scritto il 13 settembre del 1474 all'amico Marco Aureli, negando di aver mai composto una glossa ai Triumphi:

Audio librorum impressores quos vocant, nescio quos impressisse commentarios quosdam in Francisci Petrarcae Triumphos eosque a mea emanasse officina addidisse in titulo. Ego commentarii istiusmodi, boni ne sint an mali haud scio, utpote quos neque legerim neque viderim. Sed unum certe scio: nihil a me unquam in Petrarcas Triumphos neque scriptum nec excogitatum.

Per quanto contraddetta da una precedente testimonianza di Donato Acciaiuoli (che in una lettera al Filelfo del 1454 aveva chiesto al Tolentinate di mandargli il "commentarium quoddam in Triumphos Petrarce olim a te compositum"), la dichiarazione del Filelfo all'Aureli ha costituito in passato il principale ostacolo all'accettazione della paternità, tanto che Dionisotti 1974, per non rigettare l'indicazione dell'incunabolo, ha proposto di attribuire il commento non a Francesco, ma al figlio Giovan Mario. L'attribuzione di Dionisotti si fonda principalmente sul fatto che lo stesso Giovan Mario pone un commento ai Triumphi in un'elenco delle proprie opere, contenuto in una sua elegia del 1471 a Bartolomeo Girardino. Non è possibile perņ accertare se e in quale misura, per redigere il suo commento, Giovan Mario si servisse di appunti paterni. In epoca più recente, alcuni studiosi (Allenspach 1986 e 1993, Bausi 1989, Bianca 1990) sono tornati sulla questione attributiva per accostare ai nomi di Francesco e Giovan Mario Filelfo, quello di Iacopo Bracciolini, già ritenuto in passato (Quarta 1905 e Wilkins 1951, p. 404) uno degli autori o dei collaboratori del commento. In particolare, Bianca 1990 ha avanzato l'ipotesi che alle tre fasi di elaborazione della glossa parmense possano corrispondere, nell'ordine, i nomi di Filelfo, padre e figlio, e quello del Bracciolini.