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Sebastiano Fausto da Longiano

Il commento al Canzoniere e ai Triumphi che Sebastiano Fausto da Longiano pubblicò a Venezia nel 1532 è il primo dei molti commenti petrarcheschi che cercarono, senza riuscirci, di contrastare il successo di pubblico riscosso dalla chiosa del Vellutello. Le novità più significative di quest'opera riguardano, innanzi tutto, il corredo di testi che accompagna i Fragmenta e i Triumphi: oltre a una scontata biografia di Petrarca e di Laura, a un "rimario remissivo" (cioè provvisto di rinvii al testo) e agli "epiteti in ordine d'alphabeto" (cioè una specie di dizionario del lessico petrarchesco), troviamo un manipolo di rime estravaganti (che asseconda quell'interesse per la produzione 'dispersa' del poeta, a cui aveva già pagato il suo tributo, nel 1514, la seconda aldina petrarchesca), una serie di Sonetti de diversi scritti al Petrarcha a cui rispose e l'epistola (la cui autenticità è ancora sub iudice) di Benvenuto da Imola a Petrarca (e che il Fausto derivò dalle edizioni milanesi dell'Ameto e dell'Amorosa Visione di Boccaccio, curate nei primi anni Venti da Girolamo Claricio). Le preoccupazioni filologiche del chiosatore sono espresse dai dubbi sulle lezioni da mettere a testo e dal frequente ricorso a diverse fonti (per lo più manoscritti antichi) per la scelta di quelle lezioni. Per quanto riguarda, invece, l'ordinamento dei Rerum vulgarium fragmenta, il Fausto, pur condividendo (nella nota Dell'ordine del Canzoniere) l'opinione del Vellutello circa il fatto che esso non sia autentico, preferisce adottare una ripartizione dei testi in sonetti e canzoni (incluse tra queste ultime ballate e madrigali), che riflette la tradizionale suddivisione metrica dei Canzonieri antichi, certamenti noti al commentatore. Dal punto di vista propriamente contenutistico, legato, cioè, ai caratteri dell'esegesi, la glossa di Sebastiano Fausto, più accurata per il Canzoniere, più affrettata e con molte intemperanze per i Triumphi, si distingue dalle precedenti per un'insolita attenzione alla "letteratura duetrecentesca toscana e non: Dante - Commedia, Vita nuova, Convivio, rime - il commento del Landino a Dante [...], Boccaccio - Decameron, Ameto, Corbaccio ed epistola a Pino de' Rossi - Jacopo da Lentini, Re Enzo, Onesto bolognese, Dante da Maiano, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Sennuccio del Bene, Cino da Pistoia, insomma gli autori messi in circuito dalla giuntina di rime antiche [Firenze, Bernardo Giunti, 1522], e qualcuno di più" (Belloni 1992, pp. 137-8). Massiccia anche la presenza del Petarca latino: dalle Epistole al Secretum, dalle Familiari alle Senili, passando per il Bucolicum Carmen e vantando l'improbabile conoscenza della perduta commedia latina di Petrarca, Philologia Philostrati. Quest'attenzione al Petrarca latino si sposa, nella glossa faustiana, con un atteggiamento da avanguardia umanistica, atteggiamento che si esprime ora nella tempestiva segnalazione di testi appena scoperti (come la quinta deca di Tito Livio, trovata dal Grineo in un codice dell'abbazia di Lorsch e pubblicata a Basilea dal Froben nel 1531), ora nell'annuncio della prossima pubblicazione, per i torchi aldini, dei Fasti e dell'Halieuticòn di Ovidio. Queste circostanze fanno del commento faustiano un'opera che "si rivolgeva ad un pubblico di lettori selezionato, e più esigente di quello del Vellutello" (Belloni 1992, p. 142).