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Giacomo Leopardi

[...]In primo luogo questo Comento, che io chiamo più volentieri Interpretazione, si diversifica tanto dagli altri comenti che abbiamo sopra il Petrarca, quanto si assomiglia a quelli che gli antichi Greci e Latini fecero sopra gli autori loro. Per lo più non è altro che una traduzione dei versi o delle parole del Poeta in una prosa semplice e chiara quanto io ho saputo farla. Ogni volta che ad intendere il testo sono necessarie notizie storiche o mitologiche, si porgono brevemente. Non è passata in silenzio nessuna difficoltà della quale io mi sia accorto; e dovunque io non ho inteso, ho confessato espressamente di non intendere, accioché il lettore, non intendendo, non si credesse né più ignorante né meno acuto dell’interprete, come tutti gli altri comentatori vogliono che egli si tenga in tali occasioni. Quelli che mi riprendono di troppa abbondanza, non nell’esposizione di ciascun luogo o di ciascun vocabolo, ma nella quantità  dei vocaboli e dei luoghi che io spiego, hanno ragione, se considerano questo Comento come fatto per loro: ma se lo considerano come fatto per tutti, anche per le donne, e, occorrendo, per li bambini, e finalmente per gli stranieri, non mi debbono biasimare di aver procurata a questi ogni comodità senza alcuno incomodo degli altri, i quali non sono mai sforzati di voltare gli occhi al Comento nei luoghi che intendono.

Con queste parole della Prefazione dell’interprete, scritte poco tempo prima della morte, Giacomo Leopardi presentava ai lettori l’edizione Passigli del suo commento petrarchesco, destinata ad apparire in pubblico solo due anni dopo la  scomparsa del poeta, nel 1839 (Passigli 1839). Si trattava della terza edizione, parcamente rivista e corretta dal chiosatore, della glossa petrarchesca composta negli anni 1825-26 per l’editore milanese Antonio Fortunato Stella (la seconda stampa, un compendio dell’edizione milanese, sdegnosamente definito da Leopardi nella suddetta Prefazione una «storpiatura» della chiosa del 1826, aveva visto la luce a Firenze nel 1827 per i tipi degli editori Borghi). Iniziata a Milano nel 1825, interrotta per il lavoro di traduzione del Manuale di Epitteto destinato alla collana stelliana dei Moralisti, la composizione del commento al Canzoniere e ai Trionfi di Petrarca era stata ripresa da Leopardi a Bologna nell’ottobre di quello stesso anno. Il piano dell’opera prevedeva otto volumetti (divenuti poi nove), distribuiti in una Prima Parte, contenente i Sonetti e canzoni in vita di Madonna Laura (nei primi quattro volumi e in una parte del quinto), e in una Seconda Parte, riservata ai Sonetti e canzoni in morte di Madonna Laura coi Trionfi e le Rime varie (nelle pagine restanti del quinto e negli ultimi quattro volumi: cfr. Stella 1826). Il formato tascabile dei volumi e la loro regolare composizione di 108 pagine erano dovuti agli standards della collana in cui l’opera fu pubblicata, la Biblioteca amena ed istruttiva per le donne gentili, rilevata da Stella dall’editore Pirrotta. Molteplici testimonianze dall’epistolario leopardiano, risalenti agli anni stessi della stesura del commento, documentano l’insoddisfazione del Recanatese per quella sede editoriale (giudicata troppo divulgativa, pedante, e dunque per lui dequalificante), ma soprattutto attestano la noia per un lavoro faticoso, lungo e per niente congeniale alle sue inclinazioni. Scorrendo le lettere leopardiane dirette ai familiari, agli amici, ma anche all’editore, non è raro imbattersi in espressioni come «il mio fatale e amaro Petrarca», «questo vero calice di passione del Petrarca» (Leopardi 1949, Lett. 424, del 12-3-1826 a Antonio Fortunato Stella), «lavorettaccio noioso» (Lett. 439, del 14-4-1826 al fratello Carlo), «lavoro [...] di somma difficoltà, lunghezza e noia» (Lett. 462, del 3-7-1826 al padre Monaldo), «opera fatta senza inclinazione alcuna, per soddisfare a un libraio, che ne aspetta molto guadagno» (Lett. 463, del 3-7-1826 a Antonio Papadopoli), «opera affatto pedantesca» (Lett. 466, del 25-7-1826 a Luigi Stella, figlio di Antonio Fortunato). Nonostante la frustrazione per un lavoro avvertito come indegno e, di fatto, interamente svolto in poco più di sei mesi, Leopardi  si mostrò, oltre che onesto chiosatore, anche scrupoloso editore del testo petrarchesco: i numerosi interventi sulla punteggiatura dell’edizione Marsand (Marsand 1814), peraltro seguita «alla cieca», non solo nel testo, che pure Leopardi non riteneva «netto di false lezioni» (cfr. Prefazione), ma anche nella ripartizione dei componimenti  (rime in vita e rime in morte di Laura, capitoli trionfali, canzoni e sonetti di argomento non amoroso), nascevano sì da esigenze di natura interpretativa, ma rivelavano in nuce un interesse di carattere filologico per le Rime e i Trionfi che, se non fosse intervenuta la morte del poeta, avrebbe potuto approdare alla stesura di quel Saggio di emendazioni critiche delle Rime del Petrarca, annunciato da Leopardi come progetto nella già citata Prefazione dell’edizione Passigli. Interprete acuto non meno della poesia di Petrarca che delle esigenze del pubblico a cui era destinata la glossa, Leopardi intervenne a più riprese anche sulla questione della mise en page dell’opera, raccomandando caldamente all’editore per le canzoni e i Trionfi un’adeguata impaginazione di testo e commento:

[...] Una cosa le raccomando [...] pel buon esito e l’interesse della sua impresa. E questa cosa è, che nelle canzoni, dopo ciascuna strofa, si ponga quella tal parte dell’interpretazione che appartiene a quella tale strofa. Se le dame e i cavalieri saranno obbligati a voltare più d’una pagina per trovare la spiegazione del passo che avranno per le mani, tutta la facilità che abbiamo voluta procurar loro con questa interpretazione sarà vanissima, perdutissima, inutilissima, svanirà interamente e la sua edizione non avrà incontro maggiore delle altre (Lett. 425, del 15-3-1826 a Antonio Fortunato Stella).

[...] Bisogna pure assolutamente che i suoi compositori abbiano la pazienza di distribuire la interpretazione dei Trionfi a piè di ciascuna pagina, corrispondentemente al testo che vi sarà contenuto. Se la vorranno porre tutta insieme appiè di ciascun capitolo, i lettori avranno un incomodo e una difficoltà maledetta a trovare la spiegazione del passo che avranno per le mani [...] (Lett. 461, del 30-6-1826 a Antonio Fortunato Stella).

Passaggio obbligato degli studi sul petrarchismo leopardiano, il commento, o meglio, come preferì chiamarlo il Recanatese, l’interpretazione dei Rerum vulgarium fragmenta e dei Triumphi data da Leopardi, vanta una lunghissima tradizione di studi (anche a firma di nomi illustri: Giosue Carducci, Sebastiano Timpanaro, Emilio Bigi, Giuseppe De Robertis, Adelia Noferi, Gianfranco Contini, Giovanni Nencioni), tutti sostanzialmente incentrati a evidenziare, indagare o render ragione della desolante asciuttezza della chiosa leopardiana: così al celebre verdetto di «scoliaste secco e inutile in più d’un luogo», pronunciato sul Leopardi interprete di Petrarca da Carducci 1899 (ma già in Carducci 1876) – giudizio duro, appena attenuato dalla constatazione che «nella comune interpretazione è sempre senza paragone più degli altri coinciso ed elegante» –, fa da contrappeso, all’altro capo della tradizione, la sottile interpretazione di Contini 1957, per il quale «[...] l’ideale che il Leopardi si prefigge col suo commento [...] è d’un raro, e, mettiamo, pure desolato rigore illuministico, vòlto ad una totale semanticità della lingua al di fuori di ogni storia». Da parte sua, la critica più recente (Bessi 2000), fa decisamente perno sulla circostanze dell’elaborazione della glossa, assegnando alla destinazione divulgativa del commento il peso che le compete nella valutazione dell’esegesi leopardiana. La definizione di «Comento [...] fatto per tutti, anche per le donne [...] per i bambini, e [...] per gli stranieri» che si legge nella Prefazione dell’edizione Passigli, non era infatti nuova: essa recuperava quanto scritto (forse dallo stesso Leopardi) in un passo del Manifesto pubblicato nel settembre del 1825 nel «Nuovo Ricoglitore» (poi citato all’interno della prefazione degli editori al primo volumetto di Petrarca), dove si annunciava

[...] la prossima pubblicazione del Canzoniere del Petrarca, ch’è veramente il poeta delle Donne gentili. Ogni canzone ed ogni sonetto saranno corredati d’una semplice interpretazione, nuda affatto d’ogni erudita digressione, e tale da renderne ad un tempo facilissima l’intelligenza allo straniero poco esperto nel nostro idioma, più chiari molti passi all’Italiano non versato nei modi del dire antico, e fors’anche più luminose le bellezze a quegli stessi che delle letture dei nostri primi maestri non sono del tutto digiuni.

Dunque donne gentili, stranieri, italiani non molto versati nella lingua del Trecento, ma anche (si badi bene) i litterati: con grande discrezione nella accolita degli ingenui lettori dell’interpretazione leopardiana venivano introdotti gli ‘addetti ai lavori’. E proprio riferendosi a quest’ultimo tipo di pubblico, nella sua prefazione all’edizione Stella (intitolata L’autore della interpretazione a chi legge), Leopardi denunciava implicitamente l’angustia di orizzonti imposta al commento dalla collana editoriale delle letture «amene  ed istruttive per le donne gentili» :

L’intento di questa Interpretazione si è di fare che chiunque intende mediocremente la nostra lingua moderna, possa intendere il Petrarca [...]. La chiamo Interpretazione, perch’ella non è un commento come gli altri, ma quasi una traduzione dal parlare antico e oscuro in un parlar moderno e chiaro [...] e si rassomiglia un poco a quelle Interpretazioni latine che si trovano nelle edizioni dei Classici dette in usum Delphini [...]. Intendo sempre di scrivere per le donne e per gli stranieri: se a caso avvenisse che gli uomini e i letterati italiani, per mezzo di questa interpretazioncella, arrivassero a intender bene e compiutamente qualche luogo fin qui o non inteso o appena o anche male inteso, avranno occasione di ripetere ex ore infantium et lactentium, o qualche altro detto di quel tenore.

Concepita, dunque, per lo più come parafrasi ad usum Delphini, nobilitata dall’accostamento alla prassi delle antiche annotazioni ai classici, interpretazione leopardiana non è più di quello che annunciano le prefazioni dell’autore e degli editori. Condotta esclusivamente con l’ausilio, per la parte linguistica, del Dizionario di Antonio Cesari e, per la parte propriamente esegetica, del commento del Biagioli 1823 (nel quale Leopardi trovava anche una rassegna delle interpretazioni dei passi controversi, data da vari esegeti), la glossa del Recanatese non ospita quasi mai informazioni erudite (come, per esempio, quelle relative ai miti a cui fa riferimento Petrarca), o rimandi intertestuali (sia alle opere del poeta trecentesco, sia a quelle dei suoi modelli classici o volgari), o annotazioni storiche (come, per esempio, le notizie sulle circostanze in cui vennero composti i testi), o indicazioni di metrica e di stilistica. «Neppure l’apparato di figure retoriche di parola e di frase, di cui il Canzoniere fa sfoggio, è segnalato istituzionalmente all’attenzione del lettore, a cominciare dalla laudatio nominis di Laura [...] e dal bisticcio Laura /lauro, che percorre tutte le rime [...]» (Nencioni 1989, p. xi). Per quanto riguarda poi la parte propriamente lessicale, è stato osservato che sia la preparazione dell’interprete, sia lo stato del testo petrarchesco (non ancora definitivamente fissato dal ritrovamento dell’originale, il ms. Vaticano latino 3195), sia le finalità divulgative della chiosa non consentivano al commento del Recanatese di accogliere «una distinzione linguistica e stilistica tra elementi propriamente fiorentini ed elementi siculo-toscani o guittoniani che, coi latinismi e i gallicismi, rendono composita la tavolozza del Canzoniere» (Nencioni 1989, p. xxii). La parafrasi leopardiana, che riguarda tanto la fonetica, quanto la morfologia e la sintassi della lingua di Petrarca, si presenta, di fatto, come «una sorta di smontaggio, e di trasferimento di un linguaggio in un altro: da un Trecento poetico ad un primo Ottocento prosastico, da un pubblico colto e verosimilmente attento ai valori culturali della poesia petrarchesca ad un pubblico che in quella poesia cercava non più che emozioni e sentimenti [...]» (Bessi 2000, p. 115).

Malgrado le riserve con le quali Leopardi aveva intrapreso la glossa, il lavoro fu condotto in porto con notevole zelo: non solo il poeta si preoccupò di correggere personalmente le bozze e di fornire gli errata-corrige per i volumi già pubblicati, ma persino di far fronte alle critiche che l’operetta aveva destato al suo primo apparire da parte di chi (il torinese Angelo Brofferio) l’aveva giudicata utile per certe sue annotazioni all’insegnamento scolastico della grammatica o di chi, come lo stesso Cesari, aveva accusato Leopardi di aver qualificato «parlare antico e o oscuro» (L’interprete...) la limpida lingua petrarchesca. Alle reprimende di costoro e a quelle di altri censori Leopardi rispondeva con un discorso apologetico, dai toni sarcastici, intitolato Scusa dell’interprete e apparso nel dicembre del 1826 in fondo all’ultimo volume del commento:

[...] A quelli che mi riprendono di non aver sviscerati i pensieri del Petrarca, domando perdono di non aver fatto mai lo svisceratore [...], e finalmente di essermi persuaso che spiegati con pazienza somma, con particolarità e chiarezza, i vocaboli e i sentimenti, e tra questi anche i più reconditi, i pensieri dovessero essere intesi  da chiunque avesse intelletto, senza che io li sventrassi. A chi mi dice che il Petrarca non è oscuro, domandando perdono rispondo che il sole non è chiaro, e prometto di provare il mio detto immantinente che egli avrà provato il suo. A quelli che si scandalizzano che io abbia chiamata antica la lingua del Petrarca domando perdono dello scandalo, e soggiungo ch’ella era antica già più di trecento anni fa, ma oggi forse sarà ringiovanita, o forse alcuni moderni saranno invecchiati. A quelli che mi accusano di avere scritto per i fanciulli, e di aver voluto insegnare la grammatica [...], a questi tali, oltre il solito perdono, domando licenzia di ridere; e poi li prego a guardare che io noto queste cose, non per insegnar la grammatica, ma dove alla prima vista , e forse anche alla seconda, l’accusativo, per modo d’esempio, pare nominativo; la prima persona, la persona terza [...] e così discorrendo. In ultimo domando perdono a tutto l’esercito innumerabile dei pedanti d’ogni nome e d’ogni bandiera. e a tutto il piccolissimo numero  dei loro contrari; a questi, di avere scritta una interpretazione, a quelli di non averla scritta a lor modo [...].