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Giovanni Andrea Gesualdo

Interessante più per la storia della cultura cinquecentesca nell'Italia meridionale che per l'esegesi petrarchesca vera e propria, il commento al Canzoniere e ai Trionfi, dato alle stampe a Venezia dal napoletano Giovanni Andrea Gesualdo nel 1533, è rimasto memorabile per le sue dimensioni ipertrofiche: queste gli valsero la qualifica di "parto d'elephante", attribuitagli dall'umanista Antonio Minturno (lettera a Camillo Scortiati: Messina, 15 ottobre 1538). Dall'epistola prefatoria di Giovanbattista Bacchini, segretario del Duca di Monteleone, allo stesso Minturno (1532), si evince che il commento di Gesualdo, atteso a Bologna "da più di duo anni", era già compiuto nel 1530: di qui il sospetto del Bacchini che lo stesso Fausto da Longiano avesse potuto servirsene per la propria chiosa (sospetto a cui più tardi, in una lettera del '33, faceva eco il Minturno, allargando "il dubbio di indebite appropriazioni anche al Silvano": Belloni 1992, p. 192). In effetti, una prima redazione del commento (che nella chiosa a RVF 137 si autodata al 1527) doveva essere già approntata nel 1525: infatti nella dedica dell'opera (a Maria di Cardona, marchesana della Padule, e a Susanna Gonzaga, contessa di Colisano) Gesualdo allude alla rivoluzionaria esposizione del Vellutello, la cui uscita lo aveva costretto a rivedere il proprio lavoro. Scaturita dalla frequentazione delle lezioni sul volgare tenute dal Minturno a Napoli nei primi anni Venti del XVI secolo, forse nell'ambito delle riunioni dell'Accademia Pontaniana (Belloni 1992, p. 202), la chiosa gesualdiana costituisce la fonte principale delle nostre conoscenze sulla perduta Accademia del Minturno, opera press'a poco contemporanea alle Prose di Bembo e, come quelle, dedicata al volgare toscano. Il commento del Gesualdo si apre con una tradizionale, breve biografia di Petrarca (nella quale, come il Vellutello, l'esegeta napoletano "separa il problema di Laura, 'persona' del romanzo ed entità biografica": Belloni 1992, p. 205) e tratta in capitoli separati le questioni dell'origine dell'opera e del comportamento dell'editore. Notevole anche l'indice, redatto per argomento, delle fonti storico-biografiche utilizzate. Pur convinto, come il Vellutello, che Petrarca non fosse l'autore dell'ordinamento del Canzoniere, Gesualdo rigetta l'arrangiamento dei Fragmenta proposto dal Lucchese, sia per non recare scompiglio nella tradizione, sia perché ritiene che il Canzoniere sia assimilabile al genere delle raccolte innografiche o elegiache di età classica, nelle quali l'ordinamento dei testi non è istituzionalmente vincolato alla loro cronologia di composizione. Bipartite in una parte proemiale e in una esplicativa vera e propria, le chiose ai singoli testi del Canzoniere rivelano, almeno fino ai tre quarti dell'opera, un'impostazione marcatamente didattica: la poesia petrarchesca diventa oggetto di esercizi di grammatica e di retorica, tanto che "la prospettiva tende a spostarsi dal testo di Petrarca alla lingua del Canzoniere e da questa alla regola", con l'effetto, per il lettore moderno, di trovarsi "tra le mani una grammatica [...] diluita nel testo, ma ben ricostruibile" (Belloni 1992, pp. 207-8). Le osservazioni di grammatica comparata, estese anche al greco, si affiancano ad abbondanti spiegazioni e riscontri lessicali ed etimologici, nonché ad analisi retoriche che si avvalgono di una nomenclatura ad altissima specializzazione. Ottime le descrizioni metriche, che distinguono i madrigali dalle ballate e, tra queste ultime, attribuiscono (con terminologia bembesca) la qualifica di "vestita" a RVF 59; esemplare, sotto questo aspetto, il commento a S'i' 'l dissi (RVF 206), descritto come canzone di sei coblas unissonans, a due a due doblas, con congedo sulle tre uniche rime. Per quanto riguarda, infine, le fonti, va detto che il repertorio della poesia volgare non offre niente di nuovo rispetto ai precedenti commenti: la Commedia di Dante, il Filocolo, il Decameron e il De montibus di Boccaccio e, di Petrarca, le Epystole e le Sine nomine. Lo stesso vale per le citazioni latine (Virgilio, Ovidio e Orazio, seguiti da Plinio il Vecchio, Properzio e Catullo, e, a diminuire, Cicerone, Seneca, Livio, Lucano, Giovenale, i cristiani Lattanzio e Sedulio) e per quelle dei testi sacri (nel cui campo molti riscontri derivano dal Vellutello). Diverso, invece, il discorso per le fonti greche, che per la prima volta nella glossa gesualdiana compaiono con numerose citazioni, anche se spesso ricavate da repertori lessicografici e soprattutto dalla Suda: all'appello rispondono Omero, Museo, Eschilo, Sofocle, Euripide, Eschine, e persino Nonno di Panopoli e il bizantino Paolo Silenziario.