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Bernardino Daniello da Lucca

Il commento ai Rerum vulgarium fragmenta e ai Triumphi compilato da Bernardino Daniello da Lucca e pubblicato a Venezia in due diverse redazioni, nel 1541 e nel 1549, rappresenta, a tutti gli effetti, l'unico prodotto esegetico sul complesso del Petrarca volgare, uscito dalla scuola veneziana di Trifon Gabriele e di Pietro Bembo. La sposizione petrarchesca, a cui Daniello approdò dopo la composizione di una Poetica ispirata alle teorie bembiane (1536) e in preparazione a un commento alla Commedia che sarebbe uscito postumo, nel 1568, si pone, di fatto, sotto la tutela dei due grandi letterati veneti: mentre, infatti, Trifone è citato come socratico maestro dell'esegeta nella dedica ad Andrea Corner, premessa alla prima edizione, Bembo compare in una chiosa di RVF 155 (destinata a cadere nell'edizione del '49) come fonte dei materiali dell'elaborazione poetica petrarchesca, materiali che (novità assoluta nell'esposizione del poeta) venivano per la prima volta offerti al lettore del Canzoniere e dei Trionfi. Venuto alla luce sul mercato librario veneziano dopo le sposizioni di Vellutello (1525), di Fausto (1532) e di Gesualdo (1533), il commento di Daniello cercò di ritagliarsi uno spazio di originalità trascurando, programmaticamente, il tradizionale apparato di narrazioni e descrizioni aneddottico-biografiche dei precedenti commenti (ma un nuovo capitolo sulla Vita e costumi del poeta fu aggiunto all'edizione del '49), per concentrare la sua attenzione su due versanti specifici: quello delle fonti della poesia petrarchesca e quello delle varianti d'autore. Nel primo campo molto era già stato fatto: per i classici latini e greci, dal Vellutello e dal Gesualdo, per i poeti volgari, dal Fausto. Rispetto a questi precedenti, dunque, l'apporto di Daniello si rivela assai modesto: il panorama delle sue citazioni non s'allarga oltre Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, Properzio, Tibullo e Catullo (con presenze occasionali di Terenzio, Giovenale, Marziale e Persio, e con recuperi, dai precedenti commenti, di Dionigi l'Areopagita, Sedulio, Ausonio e Pomponio Mela). Scontata è la presenza del Dante della Commedia, ma appena citati sono il Convivio e la Vita Nova; rarissime le apparizioni di Cavalcanti, Guittone e Cino da Pistoia. Sostanzialmente fallimentare nei risultati, perché occasionale e non esplicata in tutte le sue potenzialità, appare poi anche quella valutazione comparativa tra il poeta toscano e i suoi modelli, che Daniello aveva promesso ai suoi lettori nella dedica, allorché aveva dichiarato di voler mostrare quanto Petrarca

[...] nell'imitarli [scil. i poeti classici e volgari], quando questo e quando quell'altro [...] si lasciasse adietro correndo abattuto e vinto; come con gli altri di pari giostrando andasse; e finalmente com'esso ancora alcuna volta a mezzo il corso in terra rimanendo cadesse.

Ben altro rilievo, invece, non solo per la storia dell'esegesi petrarchesca, ma per quella della critica delle varianti tout court, ha il secondo punto del programma di Daniello: la trascrizione delle correzioni e delle postille fatte dallo stesso poeta ai suoi testi. Negli intenti dell'esegeta tale trascrizione avrebbe dovuto servire a "misurare per confronto e opposizione lo scarto fra la poesia in fieri e la poesia realizzata" (Belloni 1992, p. 234). In questo aspetto della chiosa risiede la principale differenza tra la prima e la seconda edizione del commento. Mentre, infatti, nell'edizione del '41 solo quattro testi (i Fragmenta 23, 155, 268 e 270) beneficiavano di questo tipo di annotazioni, collocate all'interno dello stesso commento, "nella seconda stesura dell'opera [...] il commentatore lucchese sceverava giudiziosamente dalla chiosa letteraria le lezioni varianti (peraltro quantitativamente incrementate rispetto al '41) e le collocava all'interno di una specie di apparato preposto al commento e articolato testo per testo" (Paolino 1999, p. 91). Pur senza ambire all'esaustività (si trattava, infatti, di una spigolatura del materiale variantistico reperibile sugli autografi ancora in circolazione, principalmente quelli oggi raccolti nel "codice degli abbozzi"), l'operazione iniziata nell'edizione del '41 acquistava nella redazione di otto anni dopo un carattere di organicità; inoltre, la decisione di separare le varianti dal commento comportava "una distinzione di valori sostanzialmente ineccepibile" e finiva per organizzare una specie di "apparato d'autore: incompleto, è vero, stante che i materiali erano scelti per la loro portata critica, e nel contempo esuberante per la presenza, talvolta, del giudizio, ma tuttavia, autonomo dal testo, dal commento e dal capitolo sulla poesia di Petrarca, e come tale forse il primo della nostra tradizione" (Belloni 1992, p. 235). Propiziato dalla discussione del conciero di Voi ch'ascoltate (RVF 1, 1-2), svolta dal Bembo nel secondo libro delle sue Prose (cfr. Le varianti d'autore nella tradizione cinquecentesca), l'esperimento di Daniello, che sarebbe stato seguito, sempre in ambiente veneto, da un'analoga raccolta di lezioni petrarchesche eseguita da Ludovico Beccadelli (1563-64), non fu l'unico prodotto nuovo della seconda edizione del commento. In essa compaiono, infatti, oltre a nuovi cappelli introduttivi e a chiose integrative, un maggior numero di citazioni (soprattutto da Dante e Virgilio) e di riscontri interni con la poesia di Petrarca, nuovi riferimenti a testi sacri e biblici, una maggiore attenzione al Petrarca umanista, nonché rilievi più puntuali di grammatica, retorica e metrica.