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Iacopo di Poggio Bracciolini

[...] sendomi pervenuto alle mani un comento di maestro Bernardo da Montalcino sopra e Triomphi del Petrarcha, opera degna e della sua philosophia e cognitione varia, e da essere diligentemente lecta da ciascuno amatore delle virtù e del Petrarcha, legendola diligentemente trovai aver pretermesso d'exporre un capitolo del Triompho della Fama [TF Ia], el quale in vero a me pare contenga in sé tutta l'intelligentia de Triomphi.

Con queste parole, che documentano la circolazione manoscritta di una primitiva redazione del commento di Bernardo Ilicino in cui non compariva la glossa di TF Ia (assente, peraltro, anche nelle chiose della stampa Portilia, che a quel capitolo si interrompe), Iacopo Bracciolini, figlio dell'umanista Poggio, inaugurava sullo scorcio del secolo XV la tradizione esegetica di Nel cor pien d'amarissima dolcezza. Membro dell'Accademia Platonica e amico del Ficino (che, a causa del suo culto per la memoria e per l'opera di Poggio, lo chiamava "paternae artis haeres"), Iacopo coltivò vasti e profondi interessi per la letteratura volgare, come rivelano, oltre alla sua nota traduzione latina della novella boccacciana di Tito ed Egisippo (Decameron X 8), i numerosi volgarizzamenti di opere latine, tra le quali la Ciropedia di Senofonte (già tradotta in latino da Poggio), il De origine belli inter Gallos et Britannos di Bartolomeo Facio e le paterne Historiae florentini populi (cfr. Bausi 1988). Uomo di cultura soprattutto storica, Bracciolini concepì l'esposizione di Nel cor (ricco catalogo di uomini d'azione illustri, romani e stranieri) come un'occasione irripetibile per esporre le proprie convinzioni ideologiche e politiche: per tale ragione nella chiosa del capitolo l'interesse storico del commentatore si rivela preponderante su ogni altro tipo di valutazione del testo. Malgrado la dedica a Lorenzo de' Medici, l'opera, "documento importante per la biografia di Iacopo e la storia fiorentina del tempo" (Belloni 1986, p. 28), non nasconde i fervidi spiriti filorepubblicani del suo autore (morto, del resto, nel 1478, in seguito alla repressione della congiura dei Pazzi, a cui aveva preso parte). In un'ottica che si mostra influenzata, da un lato dall'impostazione del De casibus virorum illustrium di Boccaccio (che con le sue Esposizioni dantesche, la sua Genenealogia e i suoi De mulieribus claris è una delle fonti a cui più attinge l'autore del commento), dall'altro dalla rivoluzionaria analisi politica di Machiavelli (a sua volta debitore della glossa braccioliniana nei capitoli più 'arcaici' dei suoi Discorsi), Iacopo indugia ad esaminare, insieme ai protagonisti della storia e alle imprese che li hanno fatti grandi, le ragioni che hanno determinato la loro caduta e quella degli stati che essi reggevano. Notevole, poi, il giudizio su Cesare, considerato da Bracciolini come il prototipo del tiranno: poiché nel corteggio della Fama Petrarca lo antepone allo stesso Scipione Africano, Iacopo (che altrove non lesina al dittatore gli attributi di lussurioso, libidinoso, rapace, empio) sente il dovere di precisare che la collocazione petrarchesca è dovuta al fatto che Cesare è

non più virtuoso, ma più famoso. E benché secondo el giudicio de' savii Scipione meriti maggior laude nientedimeno Cesare nella bocca del vulgo è più nominato: et essendo più nominato ha maggior fama. E nel capitulo della fama non chi più merita, ma chi è in più fama debbe essere preposto.

Il commento di TF Ia fu pubblicato a Roma in un anno imprecisato nel colophon dell'edizione, ma tradizionalmente ritenuto compreso tra il 1475 e il '78, cioè fra la data di apparizione del commento dell'Ilicino (a cui Iacopo fa esplicito riferimento nel proemio della sua opera) e l'anno della morte dell'umanista. L'ambiguità ideologica che emerge dalla coesistenza, nell'opera, di un'aperta esaltazione del modello politico repubblicano, rappresentato dalla Roma scipionica, e di una forma di plauso verso il 'principato civile' di Lorenzo (di cui Bracciolini fu segretario dal 1469 al '71) ha indotto Francesco Bausi a retrocedere la composizione di questa glossa agli anni 1469-70, cioè a un periodo in cui il Magnifico non aveva ancora tradito le speranze di chi, come il Bracciolini, si attendeva dalla sua ascesa al potere "una svolta, in senso oligarchico e repubblicano, nel governo della città" (Bausi 1989, p. 88). Una significativa tradizione manoscritta di questa glossa dimostra che la sua diffusione andò ben oltre i confini di Roma e di Firenze, giungendo nelle contrade dell'Italia settentrionale e nei domini aragonesi. L'interesse per il lavoro del Bracciolini raggiunse anche la corte ferrarese di Borso d'Este, come documenta un esemplare dell'edizione romana postillato dall'umanista Ludovico Carbone, posseduto della Biblioteca Comunale Ariostea (segnatura 8.2.13).