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I modelli iconografici del poema
La fondamentale novità dell’invenzione narrativa dei Triumphi,
vero e proprio «incrocio tra visio e pompa triumphalis»
(Fera 1994), è stata oggetto, soprattutto negli ultimi anni, di rinnovate
ricerche sui possibili modelli da cui Petrarca avrebbe potuto trarre ispirazione.
È noto che le poche tracce di trionfi miniati esistenti al tempo del poeta
o le memorie delle più o meno recenti accoglienze trionfali, tributate
al signore che faceva il suo ingresso in città (come Federico II, Castruccio
Castracani, Cola di Rienzo), sono state ritenute inadeguate a spiegare
l’invenzione complessiva del poema (Ciccuto 1991, Ariani 1998). Al contrario,
lo schema coreografico e rituale del trionfo romano, che Petrarca aveva
appreso dai testi storici e letterari di età classica (cfr. Le fonti
letterarie del poema), appare sufficiente a dar conto almeno della
strutturazione del primo trionfo, quello di Amore. Sicuramente il più
ortodosso e fedele ai modelli classici, nonché nucleo generatore di tutti
gli altri trionfi, il Triumphus Cupidinis offre nel suo stesso
testo tutte le indicazioni necessarie alla sua rappresentazione iconografica.
Non si può dire altrettanto, però, per gli altri trionfi: se infatti quello
della Pudicizia conserva ancora qualche traccia dello schema trionfale,
questo schema risulta totalmente abbandonato per le altre quattro entità
(Morte, Fama, Tempo, Eternità): le descrizione delle loro vittorie, infatti,
sembrano seguire piuttosto il modello della visione statica. Da questa
considerazione hanno avuto origine le indagini sui rapporti di Petrarca
con la tradizione figurativa medievale, indagini spesso collegate allo
studio della fortuna iconografica dei Triumphi. Già all’inizio
del Novecento Adolfo Venturi aveva rilevato i forti contatti esistenti
tra il petrarchesco Triumphus Mortis e la descrizione della peste
nel Proemio del Decameron, da un lato, e il celeberrimo
affresco di Buffalmacco del Trionfo della Morte dipinto nel Camposanto
di Pisa, dall’altro (Venturi 1906). La datazione bassa dell’affresco (fine
XIV secolo) non aveva però consentito allo studioso di ipotizzare una
qualche derivazione dal dipinto pisano dei testi di Petrarca e di Boccaccio.
La retrodatazione dell’opera (da cui derivarono quelli, con soggetto analogo,
dell’Orcagna nella chiesa fiorentina di Santa Croce e di Bonaccorso di
Cino nello Spedale della Misericordia di Prato) al quarto decennio del
secolo XIV, sostenuta oggi dalla maggior parte dei critici, imporrebbe,
però, di ripensare ai rapporti di dipendenza tra il testo petrarchesco
e l’affresco pisano: non si potrebbe escludere, allora, «che in TM
I sia attivo il sistema figurativo e ideologico di quegli affreschi,
ovvero che il tipo di immaginario visivo divulgato dall’affresco pisano
funga da ipotesto per il Triumphus Mortis [...]» (Battaglia Ricci
1999, pp. 277-8). La dimensione ‘filologica’ del trionfo petrarchesco,
tuttavia, avrebbe impedito al poeta di assimilare la componente propriamente
‘gotica’ della fantasia del pittore trecentesco: rispetto all’affresco
pisano, infatti, la rappresentazione di Petrarca «fa giustizia del décor
medievale di geni fantasticamente alati, mani e piedi artigliati, angeli
e demoni con ali di pipistrello o di uccello, estranei alla sommaria e
iconicamente avara, ma inesorabile scansione delle serie dei ‘vinti’ travolti
da Morte, che soprattutto interessava il pessimismo stoico-platonico di
Petrarca» (Ariani 1998, p. 342).
Ancora più remoto dall’iconografia classica è lo schema
del Trionfo della Fama, per il quale sembra più appropriato parlare
di galleria di uomini illustri, piuttosto che di corteo o sfilata. A suggerire
questo tipo di presentazione dei personaggi famosi dell’antichità e dell’età
moderna potrebbero esser stati, allora, alcuni cicli pittorici, oggi perduti,
ma molto famosi al tempo di Petrarca, dedicati proprio alla rappresentazione
degli Uomini illustri e delle loro gesta. Il riferimento è ai cicli
dipinti da Giotto nella cappella regis di Castelnuovo a Napoli
nel 1329-33 (dove erano raffigurati, insieme alle loro donne, Alessandro,
Salomone, Ettore, Enea, Achille, Paride, Ercole, Sansone e Cesare) e per
Azzone Visconti a Milano nel 1335 (comprendenti la celeberrima rappresentazione
allegorica della Gloria mondana o Vanagloria), nonché agli affreschi eseguiti
da Altichiero e Ottaviano Bresciano (o, secondo altre fonti, da Guariento
e Jacopo Avanzi) nella Sala dei Giganti (o Sala virorum illustrium)
della reggia padovana (oggi Livianum) di Francesco I il Vecchio
da Carrara, fra il 1368 e il 1379. La stima di Petrarca nei confronti
di Giotto (accostato nella Fam. V 17, insieme a Simone Martini,
ai più famosi artisti della Grecia classica) e l’ammirazione del poeta
per gli affreschi napoletani di Castelnuovo (con ogni probabilità contemplati
durante il soggiorno napoletano del 1341) è del resto attestata da un
passo dell’Itinerarium syriacum del 1358, nel quale il poeta
consigliava al visitatore di passaggio per Napoli di «[...] cappellam
regis intrare [...] in qua conterraeus olim meus, pictorum nostri evi
princeps, magna reliquit manus et ingenii monimenta». L’ipotesi di un’influenza
esercitata sul poeta da questi dipinti sembra avvalorata dal fatto che,
proprio per la realizzazione del ciclo padovano (che rappresentava i condottieri
e gli uomini di stato romani da Romolo a Traiano, più Alessandro, Pirro
e Annibale), allo stesso Petrarca venne commissionata da Francesco il
Vecchio la redazione del Compendium del suo De viris illustribus,
con la storia dei personaggi affrescati nella reggia. La suggestione prodotta
da questi cicli pittorici sull’opera di Petrarca sembra, del resto, probabile
anche per un altro motivo: l’Amorosa Visione di Boccaccio,
testo legato ai Triumphi da rapporti oggetto di ricerche ormai
storiche da parte degli studiosi dei due poeti (cfr. L’Amorosa
Visione di Giovanni Boccaccio), contiene descrizioni della
Gloria e di alcuni uomini famosi, che presentano sicure implicazioni con
gli affreschi milanesi di Giotto. Sebbene la partita del dare e dell’avere
tra il poema boccacciano e le pitture giottesche resti ancora tutta da
definire (non è escluso, infatti, che tanto lo scrittore quanto il pittore
possano dipendere da una tradizione iconografica anteriore a entrambi),
è certo che, come nella concezione dell’Amorosa Visione, così anche
in quella dei Triumphi, l’immaginario trionfale della tradizione
figurativa contemporanea ai due poeti venne a interagire, integrandolo,
con l’immaginario trionfale di origine letteraria, filologica ed erudita
(Battaglia Ricci 1999, p. 284).
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