Andrea Pazienza e la lingua del fumetto

Mirko Tavosanis

 

Può sembrare strano, ma ancor oggi molti settori della produzione culturale italiana contemporanea vengono completamente ignorati dagli studi universitari, nonostante la loro relativa importanza. Tra questi settori, il fumetto è uno dei più interessanti. Con una diffusione media di qualche milione di copie al mese, appartenenti in larghissima maggioranza a testate di produzione italiana, il fumetto è un mezzo di comunicazione di massa tanto significativo quanto ignorato dagli studi.

Una tra le cause di questa trascuratezza, anche se probabilmente non la più importante, è la mancanza di un linguaggio critico adeguato. Per esempio, il linguaggio della critica cinematografica affonda le radici in quello della critica teatrale e, in seconda battuta, di quella narrativa. Nel fumetto questo non è avvenuto, e anche i manuali di comparazione fra i medium espressivi (ne esistono per esempio fra cinema e letteratura) sono pressoché assenti nel fumetto. E nonostante il fumetto possa essere affrontato partendo da discipline che fanno parte del tradizionale curriculum di studi, come per esempio la storia dell'arte, la critica letteraria e la storia della letteratura, le ricerche universitarie su questo mezzo di comunicazione sono tuttora limitatissime (e si può citare forse un solo nome di docente universitario che si dedichi stabilmente a questo settore, Antonio Faeti).

La cosa è tanto più strana se si pensa a quanto interesse è stato dedicato dalla critica letteraria e dalla dialettologia all'esame del linguaggio letterario italiano del dopoguerra. In effetti, se si cercano sperimentazioni linguistiche, riproduzioni del parlato, specchi deformanti e riflessi, il fumetto degli ultimi vent'anni è una riserva di caccia ancora inesplorata. Si potrebbe dire, anzi, che dal punto di vista linguistico la metà degli anni Settanta rappresenta un importante spartiacque per il settore. Semplificando molto: il fumetto degli anni precedenti era stato un prodotto estremamente popolare, ma in larga parte anonimo e destinato a un pubblico poco differenziato. Con la metà degli anni Settanta il fumetto comincia invece a essere "digerito" da aree diverse, a cominciare da quella che potremmo etichettare "dell'underground". E mentre il linguaggio dei fumetti, in precedenza, era stato in pratica solo l'italiano standard (maneggiato talvolta con qualche difficoltà), con questa nuova generazione si afferma una nicchia di mercato profondamente diversa. La grande notorietà postuma acquisita da Andrea Pazienza ne è l'esempio più eclatante. "Che bel sol cicanto! Che bel diserto" recitava nella terza vignetta il Pippo protagonista del Perché Pippo sembra uno sballato?, una delle storie con cui Pazienza esordì nell'autunno del 1977 (l'anno de Le straordinarie avventure di Pentothal, l'opera che gli diede un'istantanea notorietà). Il recupero del dialetto e di un incredibile "parlato" ellittico è una delle caratteristiche più evidenti dei testi dei fumetti di Pazienza, e una delle più imitate in seguito.

Un esempio da una ristampa accessibile: una vignetta di Zanardi - La prima delle tre, riproposta nell'antologia Paz:

Sei di Bologna?!? Náááá!! Ora ricordo dove t'ho visto! In palestra da Lodi! Sono stato dieci anni a BO! Ora vivo in un paese qui vicino, si fa per dire! Aria buona, vino buono, due palle a questo modo! Mah! Uáu! Ora ero di passaggio a Firenze per la carta e così sono rimasto, non si sa mai capitasse... hem... di trovare, da comprá (Pazienza 1997a, p. 76).

Ma da dove viene una tecnica espressivo di questo tipo? Omar Calabrese si è occupato "da storico della lingua" proprio del linguaggio di questi fumetti, e ha messo in risalto il ruolo dell'Università bolognese (e di particolari corsi di laurea) come ambiente in cui vengono a contatto componenti dialettali diverse. In questo senso, "la lingua dei giovani, soprattutto universitari, e soprattutto provenienti da aree lontane" risulta "una lingua parlata, che anzi sottolinea il proprio essere orale, immediata, semplificata, fortemente espressiva" (Calabrese 1991, p. 13). In effetti è difficile sottovalutare l'importanza di una situazione del genere, che in Italia è stata rappresentata solo dal fumetto, in contrapposizione sia alla tendenziale omogeneità linguistica della scuola superiore - esempi cinematografici recenti: La scuola, Ovosodo - sia alla mescolanza dialettale del servizio militare - con una filmografia sterminata. Tuttavia, il caso sembra più complicato. Lo stesso Pazienza, nonostante sia senz'altro la figura più eminente del gruppo, è solo uno tra i tanti rappresentanti di una cultura comune emersa in un luogo e in un momento ben preciso, a Bologna nel 1977, in collegamento con la particolare situazione politica del periodo; e la rivista più rappresentativa dell'epoca è Cannibale, cui lo stesso Pazienza collaborò fin dalle origini.

Il linguaggio lanciato in queste circostanze aveva pochi ascendenti nel campo della letteratura tradizionale. In compenso, è stato molto imitato in seguito, nei settori più disparati, ed è riuscito a travasarsi anche nella produzione "tradizionale". Un libro di memorie come Prima pagare poi ricordare, di Filippo Scozzari, uno dei più rappresentativi autori di Cannibale, è un caso esemplare: una rievocazione del periodo scritta con lo stile e i metodi del fumetto:

Dal punto di vista politico, inoltre, è vero che a Bologna nel 1977 non c'erano differenze sostanziali tra i picchia-studenti dell'Amga (Azienda Municipalizzata Gas e Acqua) e, mmm, diciamo duemila tonnellate di torsoli marci di cavolo, ma non riuscivo a "tradurre in prassi" questa omogeneità. Non vedevo come poterne approfittare. Certo, si sarebbero potuti arrostire tutti i cassonetti del rusco, e in certe giornate qualcuno ci si provò pure, ma lo consideravo solo un ottimo modo per convincere i Santi Protettori del Santuario, fasciati dalle sante tute blu della Minganti o della Weber, a distribuire dosi molto più generose di manganellate. Una prerogativa assai strana del pattume, nell'immaginario comunista, è che se loro gli danno fuoco quello ascende in cielo, direttamente alla destra di San Togliatti, il Torsolo Migliore. È da via Rasella© che pansano di avere il copyright su un certo uso dei bidoni. Ma come si arrabbiano, cazzica, se ci provi tu. Tu da' fuoco a un mucchietto di rifiuti e sta' pur sicuro che la tanto agognata 'cerniera operai-studenti' si trasforma in tagliola e t'azzanna le chiappette studentine (Scozzari 1997, pp. 5-6).

Una lingua, o meglio uno "stile", di questo tipo ricorre a tutta una serie di strumenti. Per esempio: inserzione di espressioni o frasi dialettali; variazioni di registro; inserzione di elementi colloquiali; discorso indiretto libero; impiego di segnali tipografici (maiuscoletto, grassetto, corsivo) per la riproduzione dei toni del parlato. È un arsenale imponente, e adattabile da un mezzo di comunicazione all'altro (in particolare, sono facili i rapporti tra libro e fumetto). Il ritratto fisico / linguistico di Pazienza fornito da Scozzari è particolarmente rilevatore:

Uno spilungone con un elegante mezzo giaccone da marinaio, di cui apprezzai al volo i bottoni d'osso, mi fissava sulle spine e sull'attenti. In una mano reggeva una cartelletta e un guanto giallo scamosciato, che pure approvai. Disprezzai invece: i baffetti alla giovane D'Alema, noto friseur che già allora non sopportavo, il coltivatissimo caschetto a paggio di riccioli neri, le Adidas bianche a strisce blu. Non trovai nulla da ridire sui jeans.
Stava zitto, tutto compito.
"Ciao", dissi all'apparizione, "chi sei?".
"Ciao, lei... sei Scòzzarhi? Mi chiamo Andrhea Pazienza".
Onnò, mi dissi. Cazzo, un meridionale. Con la errhe, pure. Non bastava la mia? (Scozzari 1997, p. 56).

È rilevatore anche il commento sulle origini e sui debiti di questo tipo di linguaggio:

Voleva conoscere il tizio che più di un anno prima aveva osato disegnare per "Re Nudo" la storia Fa Male. [...] nei mesi successivi mi ripeté mille volte le cose che l'avevano inchiodato: il soggetto, le inquadrature, le frasi dei due stronzi ("Ciò il cazzo, ciò i raiban, ciò le palle, e tu no, così ora stai punita") e la tecnica dei dialoghi, di cui si appropriò, che perfezionò, e che divenne un suo inconfondibile e imitatissimo marchio di fabbrica: i baloons che circondano e ossessionano a cascata il personaggio che sta parlando. Non gli rivelai mai che era la tecnica asfittica e insopportabile inventata da Stan Lee per i suoi super eroi, e anche se l'avessi confessato avrebbe risposto "Ma infatti" e sarebbe andato avanti (Scozzari 1997, pp. 57-58).

Ma i rapporti di dare / avere tra Pazienza, gli altri autori di fumetti del periodo e il movimento del '77 sono in effetti un argomento ancora tutto da indagare. E non è detto che le cure filologiche di cui è stato oggetto Pazienza negli ultimi anni, e le ristampe in volume della sua opera, facilitino il compito: il lavoro di chi produce fumetti è spesso un lavoro collettivo, ed estrapolare la personalità di un determinato "autore" può essere meno facile di quel che sembra. Se in Italia non è pratica diffusa quella di affidare a persone diverse le diverse fasi di realizzazione di un fumetto, come avviene invece nell'industria americana (dove è prassi normale che il disegnatore a matita, l'inchiostratore e il colorista di una stessa storia siano persone diverse), nel caso della generazione del 1977 sono frequenti le contaminazioni più disinvolte. Ne è stato un esempio la prima ristampa delle vignette e delle storie brevi di Pazienza, eseguita subito dopo la sua morte da Frigidaire in volumi come Cose d'A. Paz, in cui spesso alle opere originali si mescolavano disegni di altri, in un clima che caoticamente rendeva evidente l'impossibilità da parte degli stessi autori di marcare dei netti confini di responsabilità creativa.

Se di fronte ai casi più disperati sembra indispensabile l'intervento di una "filologia del fumetto", questo però non vuol dire che i criteri con cui applicare uno strumento del genere siano sempre sempre ben chiari, e portino a risultati soddisfacenti. Ne è un esempio tipico la recente ristampa di Pentothal da parte di Baldini e Castoldi, dove, come ha giustamente notato Daniele Barbieri (1998), "... le tavole di Pazienza sono state create dal suo autore per una riproduzione a stampa 'al tratto', che di solito fa tranquillamente giustizia di tratti di matita, campiture non omogenee, e leggere sbavature. In questa edizione, la cura della riproduzione mette impietosamente in luce le non uniformità delle campiture, i tratti di matita preparatoria lasciati lì, i profili dei tasselli di carta appiccicati per correggere ampi errori; tutto quello insomma che l'autore non si è curato di portare a perfezione perché contava sull'imperfezione del mezzo di riproduzione per ottenere l'effetto che lui desiderava". Conseguenze del genere non hanno poi troppo di straordinario, visto che si ripetono con notevole frequenza ogni volta che prodotti pensati per un tipo di riproduzione a bassa qualità vengono riproposti con un altro tipo di stampa: è stato il caso per lungo tempo dei fumetti americani tradotti e stampati su carta patinata e con stampa di buon livello dalla casa editrice Comic Art. Ma il risultato è quello di rendere poco leggibile la storia definitiva, portando invece alla luce, materialmente, lo "scartafaccio" sottostante.

Evitare inconvenienti del genere non è però impossibile. Rimane invece più difficile dare a ciascuno il suo, in un momento in cui l'effetto più radicale degli interventi di filologia è quello di staccare drasticamente Pazienza da un contorno di altre cose minori, cui il suo lavoro è però indissolubilmente intrecciato. Perché appunto, come si diceva prima, le caratteristiche di "creazione collettiva" del fumetto (e di questi fumetti) tendono necessariamente a scomparire, di fronte alla personalità dell'autore emergente. Impossibile, in questa sede, dare qualcosa di più di un'esemplificazione di partenza, visto che l'argomento non è mai stato affrontato in modo organico, e che anche la bibliografia primaria e secondaria resta molto difficile da reperire (anche se un buon punto di partenza è il CD-ROM Pazienza 1997b). Ma l'interesse della materia, e la sua importanza nel bilancio della comunicazione contemporanea, fa veramente rimpiangere questa lacuna, e sperare che si cominci a colmarla al più presto.

 

Bibliografia:

Barbieri, Daniele. 1998. Pentothal preso con filologia, "Il Sole - 24 ore", 8 marzo 1998, p. 46.

Calabrese, Omar. 1991. L'eterno rinnovamento del "volgare", in Andrea Pazienza, a cura di Marina Comandini Pazienza e Mauro Paganelli, Editori del Grifo, Montepulciano, pp. 12-15.

Pazienza, Andrea. 1997a. Paz. A cura di Vincenzo Mollica. Torino, Einaudi.

Pazienza, Andrea. 1997b. Andrea Pazienza. L'antologia illimitata. Imagica, Roma (CD-ROM).

Pazienza, Andrea. 1997c. Le straordinarie avventure di Pentothal. Baldini & Castoldi, Milano.

Scòzzari, Filippo. 1997. Prima pagare poi ricordare. Castelvecchi, Bologna.