Francesco Orlando

Nato a Palermo il 2 luglio 1934, s'iscrive, seguendo le orme paterne, alla Facoltà di Giuriprudenza della sua città; ma nel 1953 inizia a ricevere da Giuseppe Tomasi di Lampedusa lezioni prima di lingua e poi di letteratura inglese e quindi di letteratura francese, avendo nel frattempo deciso di passare alla Facoltà di Lettere e di laurearsi in quest'ultima disciplina: ricambierà parzialmente battendo a macchina sotto dettatura del Principe gran parte del Gattopardo (di quegli anni di apprendistato resta un vivissimo Ricordo di Lampedusa, Milano, Scheiwiller 1963, oggi ristampato e arricchito di un séguito, Da distanze diverse, presso Bollati-Boringhieri, Torino 1996). Grazie alla moglie di Lampedusa, Alessandra Wolff-Stomersee, rigorosa analista freudiana, ha un primo contatto con la psicanalisi.

Non molto dopo la laurea, avvia una rapida e brillante carriera accademica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove, giovanissimo, insegna Lingua e letteratura francese. Dopo L'opera di Louis Ramond, Feltrinelli, Milano 1960, pubblica l'altra monografia Rotrou dalla tragicommedia alla tragedia, "La Bottega d'Erasmo", Torino 1963, e una serie di articoli confluiti poi ne Le costanti e le varianti. Studi di letteratura francese e di teatro musicale, Bologna, Il Mulino 1983. A metà degli anni Sessanta si avvicina al marxismo e a Freud (a quest'ultimo attraverso la mediazione di J. Lacan): del 1966 è il volume Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai Romantici (Padova, Liviana). Il progressivo superamento di Lacan, del quale tuttavia non dimenticherà l'interesse, sia pure asistematico, per una semiologia freudiana, il conseguente concentrarsi sull'opera stessa di Freud, l'approfondimento del pensiero marxiano, l'influsso dello strutturalismo soprattutto di marca francese sono alla base della riflessione teorica che intorno al Sessantotto porterà Orlando a elaborare i suoi lavori più originali e importanti.

Primo fra tutti il ciclo unitario intitolato Letteratura, ragione e represso e strutturato in quattro volumi, tutti pubblicati dall'editore Einaudi: Lettura freudiana della "Phèdre" (1971), saggio nato da un corso del 1969-70 alla Facoltà di Lingue e letterature straniere dell'Università di Pisa, dove nel frattempo era passato a insegnare; Per una teoria freudiana della letteraura (1973), oggi disponibile in edizione ampliata (1992: fra le aggiunte va ricordato almeno Il repertorio dei modelli freudiani praticabili, saggio del 1985); Lettura freudiana del "Misanthope" e due scritti teorici (1979), recentemente ristampato, insieme al primo saggio, col titolo Due letture freudiane: Fedra e il Misantropo (1990); e infine, Illuminismo e retorica freudiana (1982), ora ristampato sempre per Einaudi (1997) con l’aggiunta di alcuni saggi e il nuovo titolo di Illuminismo, barocco e retorica freudiana. Il ciclo è legato dall'idea di fondo che le opere di Freud più utili agli studi letterari sono quelle da cui si ricava la struttura semiotica dell'inconscio, ovvero l'Interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana, e soprattutto Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio: da quest'ultimo Orlando ricava il modello del ritorno del represso, di cui la letteratura è sede privilegiata, e la definizione in termini di figuralità della letteratura stessa (si veda il suo Saggio introduttivo all'edizione del Motto nel "Corpus freudiano minore", Torino, Boringhieri 1973: 15-29). Fra il secondo e il terzo libro interviene la decisiva lettura dell'opera dello psicanalista cileno Ignacio Matte Blanco, The Unconscious as Infinite Sets. An Essay in Bi-Logic, London, Duckworth 1975 (tradotta da Einaudi nel 1981), che riformulando in termini logico-matematici l'intera costruzione freudiana, offre la conferma delle intuizioni di Orlando e apre nuovi orizzonti di ricerca.

Agli anni della contestazione giovanile, e non senza rapporto con essi, risale anche il primo tassello di un'interpretazione globale, per lo più inedita e divulgata in densissimi corsi universitari, della Recherche proustiana: da un corso tenuto alla Scuola Normale nel 1968-69 ha origine "Proust dilettante mondano, e la sua opera" (relazione congressuale del 1971, pubblicata poi su Nuovi Argomenti, gen.-feb. 1972: 83-98); rielabora uno scritto del 1969 anche "Proust, Sainte-Beuve, e la ricerca in direzione sbagliata", pubblicato nel 1970, e poi nel 1974 come introduzione alla traduzione einaudiana del Contre Sainte-Beuve di Proust; più recenti sono il saggio "Logica falsa e prestigio vano: una lettera di M. de Charlus", in Studi di cultura francese ed europea in onore di Lorenza Maranini, Fasano, Schena 1983: 463-72; e gli Spunti introduttivi per la lettura di "La Recherche" di Proust in Il Romanzo. Origine e sviluppo delle strutture narrative nella letteratura occidentale, Pisa, ETS 1987: 233-241.

Un saggio del 1967, "Il recente e l'antico nel cap. I, 18 di Le Rouge et le Noir", pubblicato su Belfagor e un articolo nato da un seminario alla Scuola Normale nel 1967-68, "Le due facce dei simboli in un poema in prosa di Mallarmé" uscito su Strumenti critici, ottobre 1968: 378-412, entrambi raccolti ne Le costanti e le varianti, contengono nuove intuizioni relative a un tema di ricerca i cui primi, embrionali accenni risalivano al libro del 1966 sui ricordi d'infanzia, e che accompagnerà per più di vent'anni lo studioso, sino alla pubblicazione del suo libro più imponente: Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, Einaudi 1993 (2a ed. ampliata 1994). Un saggio che analizza, con centinaia di citazioni dai classici di tutte le epoche e in tutte le principali lingue europee, la fortuna del tema dell'oggetto materiale inutile, invecchiato, inconsueto, in altre parole non-funzionale, nella letteratura occidentale e in particolare in quella successiva alle rivoluzioni industriale e francese. Questo nella convinzione che la letteratura si fa carico di esprimere attraverso formazioni di compromesso, e non attraverso unilaterali prese di posizione ideologiche, le istanze di un represso in questo caso anti-funzionale. Al ritorno del represso irrazionale, o ritorno del superato, Orlando ha dedicato un'altra ricerca di lungo periodo sul soprannaturale in letteratura, anch'essa inedita e anch'essa offerta finora soltanto agli studenti dei suoi corsi (che dopo il '68 ha tenuto all'Università di Napoli, quindi di Venezia, e infine di nuovo di Pisa nel 1982, dove ha insegnato in séguito Teoria della letteraura, quindi di nuovo Letteratura francese e dal 1995-96 ancora Teoria della letteratura).

Non si può dimenticare la sua passione per la musica e il melodramma, e in particolare per Richard Wagner: oltre all'importante saggio del 1973 sul Leit-Motiv wagneriano raccolto nelle Costanti e le varianti (pp. 395-17), ha pubblicato "Mito e storia ne L'Anello del Nibelungo", Intersezioni, agosto 1983: 347-360 e "La fine della preistoria nella musica del Ring: figlie del Reno, valchirie, norne", Nuova Rivista Musicale Italiana, ott.-dic. 1988: 663-679.

I suoi ultimi libri sono l’Altro che è in noi. Arte e nazionalità, Torino, Bollati Boringhieri 1996 (testo della lezione durante la ‘Giornata Sapegno’, Aosta 11 maggio 1996) e L’intimità e la storia. Lettura del "Gattopardo", in corso di stampa per Einaudi.

La grande generosità didattica, la vastità delle letture e delle competenze, il rigore e la coerenza metodologica, il rispetto per l'opera letteraria, letta e analizzata sempre nella veste linguistica originaria, la ricerca caparbia del senso (ben definito o plurimo che sia, mai infinito o ineffabile) del testo, fanno di Orlando un intellettuale in sostanza non diverso dal filologo, inteso nel senso più ampio e alto del termine: un filologo del significato, beninteso (ma non solo, visto che ha curato la pubblicazione postuma del romanzo di Carmelo Samonà, Casa Landau, Milano, Garzanti 1990) la cui ricerca arrogandosi "incidentalmente una qualche capacità filologica [...] avrà contribuito a restaurare in un testo quel significato letterale non indefinito, che può corrompersi nel tempo come la lettera ben definita del significante" (Gli oggetti desueti, p. 33).

[Paolo Squillacioti, 12 marzo 1998]